Il caos di via Marina, sfregio alla città

di Vittorio Del Tufo

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C'è uno scandalo che si trascina da anni, a Napoli, e di cui non parla più nessuno: è lo scandalo di via Marina. Da oltre un anno la strada è ingabbiata dai cantieri e gli automobilisti sono costretti ad attese estenuanti per entrare e uscire dalla città. Un'ora il tempo di percorrenza media, anche di più quando la luna gira storta: un lentissimo slalom tra i lavori in corso, un inferno di clacson e lamiere dove non si vede un vigile nemmeno a pagarlo oro e dove i camion parcheggiano a tutte le ore restringendo la carreggiata a un filo.

L'ingorgo è il quotidiano compagno di viaggio dei cittadini: da via Marina si irradia alle altre direttrici di traffico, in un effetto-domino senza fine. Si avvicina il Natale: nei prossimi giorni non potrà che andare peggio. Soprattutto per l'arrivo dei bus turistici, che saranno obbligati a muoversi a zig zag tra i cantieri. Quello di via Marina è un disastro che ha radici antiche, ma soprattutto uno scempio che si consuma sotto gli occhi indifferenti delle istituzioni che dovrebbero porvi riparo, e invece perseverano nell'inconcludenza. I dispositivi di traffico cambiano in continuazione, disorientando gli automobilisti, a causa degli stop and go dei cantieri. I lavori, infatti, sono divisi in quattro grandi tranche. Iniziati a ottobre 2015, dovevano durare 169 giorni e quindi finire lo scorso maggio. Una grande bugia. Poi ci è stato detto: a dicembre finirà lo strazio. Un'altra grande bugia. I cantieri sono ancora lì e tutto lascia pensare che per la consegna dell'opera se ne parlerà, a voler essere ottimisti, solo a primavera inoltrata. Ritardi su ritardi, bugie su bugie.

Due settimane sono state sufficienti per completare alla Rotonda Diaz la costruzione di N'Albero, l'installazione di 40 metri che cambierà il volto del Lungomare per i prossimi 90 giorni; un anno e due mesi non sono bastati al Comune per rimediare alla devastazione di una delle arterie più importanti della città. Le cose si fanno in fretta quando c'è un interesse economico a far procedere celermente i lavori; l'interesse collettivo, che è quello di restituire ai napoletani una delle loro strade più importanti, invece passa in cavalleria, come un particolare trascurabile. Ma il tempo delle promesse è finito. E sarebbe auspicabile che finisse anche il tempo della rassegnazione, dell'assuefazione e del silenzio.

Perché il vero scandalo, tra lavori eterni, gare al ribasso e colate di catrame che coprono le falle del manto stradale ma al primo acquazzone rivelano tutta la loro inconsistenza, lasciando spazio a voragini ancora più profonde, è la coltre di silenzio e di rassegnazione calata da tempo, come una pietra sepolcrale, sull'inferno in terra di via Marina. Ovvero la tentazione di considerare normale quello che normale non è. Siamo talmente assuefatti allo scandalo - e alle bugie sui tempi di consegna delle opere - da considerare normali sia lo scandalo che le bugie. Eppure proprio il fattore tempo era stato fondamentale per l'aggiudicazione del mega-bando per il restyling.

Le bugie sui tempi sono diventate un dato strutturale nella terza città d'Italia, quasi una voce non scritta nei capitolati d'appalto, un elemento costitutivo delle gare. E sono, soprattutto, il simbolo più evidente di una malagestione della cosa pubblica che si nasconde spesso dietro la foglia di fico delle varianti in corso d'opera, delle proroghe tecniche, dei progetti soggetti a continue revisioni. Ma nessuno fiata: tutto normale. Cosa aspetta il prefetto a convocare un vertice d'urgenza su via Marina? Di esempi di malagestione e progetti di riqualificazione che si perdono nelle nebbie, naturalmente, se ne potrebbero fare tantissimi. Ma se c'è un luogo a Napoli in cui riaffiora l'archetipo dell'inconcludenza amministrativa quel luogo è via Marina. E la coscienza urbana di questa città, che si ridesta e si indigna a intermittenza quando sfregi e misfatti rischiano di deturpare il volto delle nostre strade e dei nostri monumenti, farebbe bene a indignarsi in modo permanente per uno sfregio all'immagine della città che rischia di diventare una cicatrice indelebile.
Martedì 6 Dicembre 2016, 12:39 - Ultimo aggiornamento: 06-12-2016 12:39
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