Genny, dalla curva alla droga: la doppia vita della Carogna

Sabato 10 Novembre 2018 di Daniela De Crescenzo
Le gambe sulla ringhiera, le braccia alzate, la maglietta con la scritta Speziale libero (Speziale è Il tifoso del Catania condannato per aver ucciso l'ispettore di polizia Filippo Raciti), il corpo pieno di tatuaggi: la foto di Gennaro De Tommaso, meglio conosciuto come Genny la Carogna, il 3 maggio del 2014 fece il giro del mondo.

Era stato lui a discutere con il capitano del Napoli e a decidere che sì, dopo l'assalto ai tifosi del Napoli e il ferimento di Ciro Esposito, la squadra poteva giocare contro la Fiorentina. Prima aveva chiesto ad Hamsik la conferma che il ragazzo fosse vivo: «Se menti ti vengo a pigliare», aveva minacciato, poi aveva deciso di dare il via libera ad arbitro e giocatori. Prima della fine dell'incontro era arrivato in ospedale e, con la famiglia Esposito e un folto gruppo di tifosi, era rimasto ad aspettare notizie di Ciro. Tornato a Napoli a Il Mattino aveva sottolineato la gravità di quello che era successo fuori dallo stadio: «Non era mai accaduto che qualcuno sparasse ai tifosi e di questo sembra non importare niente a nessuno». Jeans e bomber celeste, aveva parlato in tono tranquillo e pacato: una persona diversa da quella comparsa solo poche ore prima sugli schermi di tutto il mondo. Aveva rivendicato il ruolo di paciere ed aveva espresso la sua solidarietà al ragazzo ferito e alla sua famiglia.
 
Un profilo basso confermato cinquanta giorni dopo quando Esposito era morto; aveva partecipato ai funerali nel gruppo dei Mastiffs, e gli ultras avevano accettato il diktat di Antonella Leardi, la mamma del ragazzo ammazzato: «Nessuno compia violenze nel nome di Ciro». Probabilmente La Carogna («ma il soprannome non è il mio, l'ho ereditato da mio padre e non indica cattiveria, ma sfortuna», aveva spiegato) aveva già capito che essere al centro dell'attenzione poteva essere pericoloso.

Perché, lo hanno ricostruito poi i magistrati, non era solo il Napoli a interessare Gennaro De Tommaso, ma anche la droga che importava dall'Olanda e rivendeva nel centro storico. E infatti, quando il suo nome arrivò sui giornali, molti giovani e giovanissimi raccontarono di averlo conosciuto nei dintorni di piazza Bellini, dove ogni sera controllava le vendite. La prima condanna arrivò, però, per i fatti di Roma: prima il Daspo e poi una sentenza che lo puniva con quasi tre anni di carcere.

Poca roba. Non è stato il tifo a inguaiare De Tommaso, ma la droga. Mentre sui giornali si discuteva di tifo violento, i magistrati indagavano: da tempo La Carogna e i suoi amici erano controllati e intercettati. Nel 2015 venne raggiunto da un'ordinanza per traffico internazionale di hashish e fu poi condannato a 10 anni ridotti in appello a 8. Mentre era ai domiciliari, racconta chi lo conosce bene, soffriva soprattutto di non poter accompagnare la figlia a scuola. Sposato e padre di due ragazzi grandi, Genny aveva poi avuto una bimba dalla compagna: la piccola frequentava la scuola di Forcella. E nel quartiere in quei giorni si sparava: la Paranza dei Bambini era scesa in campo per conquistare il potere e i genitori avevano paura perfino a lasciare i figli tra i banchi. Tutti, quando suonava la campanella, erano là ad aspettare le creature. Solo la figlia della Carogna non aveva il papà ad accompagnarla. La piccola piangeva e Genny le raccontava di essere malato, poi, quando finalmente dal magistrato è arrivato il via libera alle uscite, si è precipitato al portone dell'istituto per annunciare alla figlia: «Papà è guarito».

Ma è stata una guarigione che è durata poco. Secondo i magistrati, che ieri lo hanno condannato a 18 anni di galera ancora per traffico di stupefacenti, è stato proprio in quel periodo che Genny, da casa sua, ha continuato a guidare il gruppo che procurava droga in Olanda e la trasportava a Napoli. Intanto ha avuto una seconda figlia con la quale ha vissuto solo per pochi mesi. Poi le intercettazioni lo hanno perso: adesso Genny non è più il capo degli ultrà, ma un venditore di sballi artificiali. © RIPRODUZIONE RISERVATA