Napoli, i fatti che servono per spezzare ​il ricatto delle babygang

Martedì 16 Gennaio 2018 di Vittorio Del Tufo

Nel giorno in cui il ministro Minniti arriva a Napoli per l’ennesimo comitato per la sicurezza, che fa seguito all’ennesima escalation di violenza urbana in città, risuonano forti e chiare le parole pronunciate dal questore De Iesu nel forum organizzato dal Mattino sabato scorso: «Basta con le candele accese e le marce. Servono le denunce». Noi aggiungiamo: basta con i tavoli nei quali ognuno parla per sé e non lavora con gli altri; basta con i comitati se non producono risposte concrete, operative e forti. Di fronte all’orrore di questi giorni - le corde vocali lesionate di Arturo, la milza spappolata di Gaetano - rischiano di apparire stanchi e rituali anche i vertici in prefettura. A meno che non servano, come ci auguriamo, a mettere ciascuno di fronte alle proprie responsabilità.
Come ha scritto ieri sul Mattino Maria Luisa Iavarone, la mamma di Arturo, gli aggressori e i carnefici dei nostri figli sono - sì - nella maggior parte dei casi figli di camorristi in carriera, si nutrono - certamente - dell’omertà che circonda i quartieri dai quali provengono, esprimono - di sicuro - anche un tratto eversivo di ribellione e di rivalsa sociale; ma sono prima di tutto dei «senza scuola» e dei «senza famiglia», ovvero il prodotto del disfacimento progressivo e inarrestabile delle principali agenzie educative di cui disponiamo per evitare ai nostri ragazzi, alle nuove generazioni, un futuro di rovina, di galera o di morte. È bene, lo diciamo con chiarezza, che il comitato di oggi decida subito - e operativamente - di puntare i radar su questi due aspetti, perché cento uomini in più, ammesso che arrivino, non serviranno da soli a depotenziare la furia delle babygang né a togliere loro i coltelli dalle mani. Sarebbero un pannicello caldo, e abbiamo già dato.

Purtroppo contro il disfacimento delle famiglie, soprattutto per come è messa la rete dei servizi sociali a Napoli, possiamo fare poco. Ci troviamo di fronte a un esercito di «ragazzi contro» che hanno smarrito il senso della relazione con gli altri, incapaci come sono di riconoscere le proprie emozioni. Perciò non arretrano di una virgola di fronte al dolore delle vittime. È emblematico il racconto di uno dei bulletti di Chiaiano, quelli che venerdì sera hanno ridotto in fin di vita Gaetano: prima di portare a casa il trofeo - il sangue di un coetaneo - aveva chiamato a raccolta gli amici dicendo loro: «Stasera devo spaccare la faccia a qualcuno, andiamo alla metropolitana». Un’affermazione di forza primitiva, ancestrale. Eppure, ed è un eppure grande come una casa, ci sarebbero le condizioni per tracciare il rischio mettendo questi ragazzini affamati di sangue nelle condizioni di non nuocere più. Ma serve una mappa concreta della devianza giovanile, con nomi e cognomi a cui riferire progetti specifici, verificando le responsabilità e i risultati conseguiti. 

Ecco, dopo il florilegio di analisi scatenato dalla barbarie degli ultimi giorni, una sfida concreta per Minniti, per il suo governo e per le istituzioni cittadine. Non possiamo rassegnarci all’idea che la dispersione scolastica a Napoli e in provincia continui a crescere, mentre nel resto del Paese arretra. Se non si inverte questo fenomeno, non potrà scongiurarsi il rischio che un’intera generazione si trasformi in un esercito di soggetti antisociali. 

Un esercito capace di condizionare pesantemente le nostre vite. Già dopo l’incubo di Arturo, la paura per la sorte dei propri figli è il sentimento prevalente delle famiglie napoletane in questi giorni. Quindi la battaglia va condotta soprattutto a scuola. Ma per fermare la fuga dalle aule servono fatti, non chiacchiere. I fondi ci sono, ma vanno utilizzati bene, non gettati al vento, come finora è accaduto, per finanziare progetti che servono più agli assistenti e ai formatori che ai giovani potenzialmente devianti. Lo schema Minniti, che su tutt’altro fronte, quello della lotta all’immigrazione clandestina, ha portato al calo degli sbarchi dalla Libia, si fonda sul principio di responsabilità. Vuol dire chiamare tutti i soggetti in campo a dare conto di ciò che hanno fatto e di ciò che non hanno fatto. Perché non utilizzare lo stesso schema - il principio di responsabilità - anche nella battaglia contro la dispersione scolastica?

A chi tocca il compito di coordinare gli interventi? Durante il forum al Mattino il procuratore capo per i minori di Napoli, Maria De Luzemberger, ha rivelato che al suo ufficio, per un lungo periodo, non sono arrivate più segnalazioni di evasione dall’obbligo scolastico. Solo dopo una telefonata, allarmata, alla direttrice scolastica regionale il meccanismo si è rimesso in movimento. Evidentemente non basta: le denunce contro i genitori che non mandano i figli a scuola restano una goccia nel mare e a effettuarle sono soltanto i carabinieri. Ecco il principio di responsabilità, al quale vanno richiamate tutte le istituzioni scolastiche e, naturalmente, i servizi sociali. Tutto questo va detto oggi a Minniti, che dovrà farsi carico di mettere in riga le istituzioni perché, sul fronte della dispersione scolastica, portino a casa dei risultati, dopo tanti fallimenti.

Poi, certo, c’è la catena dell’omertà da spezzare. Ma l’omertà non è una maledizione e nemmeno una malattia terminale, a meno di considerare irredimibile la cultura dell’antistato che alberga in tante famiglie, oltre che nei sodalizi criminali. La cultura dell’antistato si combatte anche diffondendo la legalità a tutti i livelli, ed applicando ogni giorno, senza infingimenti, il rispetto delle regole, che non può essere solo uno slogan con cui sciacquarsi la bocca. Il tema della cultura della legalità è centrale, perché l’illegalità è la giungla nella quale cresce anche la malapianta della violenza urbana. Vorremmo che questo concetto fosse chiaro anche al Comune, che ha preferito rinunciare - per dirne una - alla battaglia contro i parcheggiatori abusivi rifiutandosi di allargare, con un’ordinanza ad hoc, l’ambito di applicazione dei Daspo per gli abusivi. Immaginiamo che alle radici di questo rifiuto ci siano motivi ideologici, visto che alla maggioranza arancione che governa la città lo strumento dei Daspo non è mai piaciuto e ancora meno piace un decreto che porta la firma di chi è considerato dalla stessa maggioranza un ministro di polizia. Il risultato è che i parcheggiatori abusivi sono diventati i veri vigili urbani di Napoli, padroni incontrastati della sosta, e continuano a lucrare affari sotto la vigilanza e il controllo della camorra. 

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