Veropalumbo, il cerchio si stringe: «A sparare fu un boss del clan Gionta»

Giovedì 29 Marzo 2018 di Dario Sautto
TORRE ANNUNZIATA - Il colpo partito da un edificio nel cuore del Quadrilatero delle carceri. Un'arma troppo «vistosa» e poco diffusa, quasi un cimelio. Il potere camorristico da dover dimostrare, anche in una serata di festa, in maniera eclatante. Tre indizi chiari che portano ai vertici del clan Gionta e potrebbero presto rivelare l'identità dell'assassino di Giuseppe Veropalumbo, il giovane carrozziere di Torre Annunziata, ucciso da un proiettile vagante la notte del 31 dicembre 2007. Dieci anni dopo, il quadro investigativo prende nuovamente forma, ripercorrendo pagine di un'inchiesta già svolta più volte il caso è stato aperto e archiviato in vari momenti in passato e che, grazie alla tecnologia, adesso riesce ad avere nuove conferme, sempre più forti. A sparare, è una certezza investigativa, è stato un elemento di spicco del clan Gionta. I dubbi su questo aspetto sono pochissimi, anche se la conferma è stata data solo grazie agli ultimi strumenti in dotazione alla polizia scientifica. Le indagini sono coordinate dalla Procura di Torre Annunziata (procuratore Sandro Pennasilico, aggiunto Pierpaolo Filippelli e sostituto Silvio Pavia) e sono state gestite dagli uomini del commissariato di polizia, agli ordini del dirigente Vincenzo Gioia e del vicequestore Elvira Arlì.
 
Nelle ultime ore, i rilievi fatti con laser e droni hanno calcolato con un errore minimo la traiettoria dei proiettili che quella notte si conficcarono tra il nono e il dodicesimo piano del grattacielo di corso Vittorio Emanuele III, colpendo a morte Veropalumbo. Si conosce, dunque, il punto di partenza, che si trova concentrato in alcuni edifici abitati del rione-fortino del clan Gionta. Alcuni giorni dopo, la pistola che esplose il colpo fatale fu lanciata nelle acque del porto di Torre Annunziata e recuperata dalla polizia, che adesso riesce a ricollegarla senza ombra di dubbio a quell'omicidio tanto assurdo quanto inspiegabile. La domanda a cui dovranno rispondere gli inquirenti adesso, però, è una: chi esplose quel proiettile? Su questo aspetto, una certezza c'è: solo uno dei capi, uno che aveva necessità di «apparire», uno che doveva dimostrare la sua forza all'interno del branco giontiano, poteva sfoggiare un'arma luccicante, una pistola semiautomatica calibro 9x21 marca Tanfoglio modello Limited 921, cromata, di precisione, infallibile. Se non ha sparato da Palazzo Fienga, la roccaforte del clan, lo ha fatto poco distante da lì. E nei giorni successivi ha anche capito che quella pistola «scottava» e se n'è disfatto.

«Purtroppo, però, sono stati persi dieci anni» commenta Diego Marmo, procuratore di Torre Annunziata all'epoca dei fatti e oggi magistrato in quiescenza. Il senso è semplice: «Credo non sia stato fatto il possibile per la vedova Carmela Sermino e per la bambina afferma Marmo e lo Stato ha perso dieci anni preziosi senza fare nulla». Il riferimento è al riconoscimento di familiari di vittime innocenti delle mafie, uno status che permette alcune agevolazioni importanti per chi perde propri congiunti per mano della malavita organizzata. «Già all'epoca c'erano tutti i presupposti. Con il sostituto Pavia lo avevamo scritto anche nelle motivazioni della prima archiviazione dell'inchiesta spiega l'ex procuratore perché il contesto era chiaramente camorristico. Dalle indagini è emerso che Veropalumbo non era affatto un camorrista, non aveva legami con quegli ambienti, era un onesto padre di famiglia. Ma quella notte, a Torre Annunziata e soprattutto in quei quartieri, andò in scena il barbaro festeggiamento di capodanno. E la matrice di quell'omicidio così assurdo era da trovare proprio nella barbara gioia dei camorristi. Durante le primissime indagini, in quei vicoletti furono trovate decine di bossoli, anche di armi da guerra, classici strumenti di lavoro della criminalità organizzata».

Per un cavillo, però, Carmela Sermino è stata esclusa dai benefici previsti dalla legge «che potevano tranquillamente essere estesi anche a lei e ad un altro ristretto numero di famiglie che hanno patito le stesse sofferenze. Io e l'ex sindaco Giosuè Starita ci siamo sostituiti in parte alle mancanze delle istituzioni. Invece, i politici di tutti gli schieramenti hanno voltato le spalle, hanno promesso e non mantenuto, nonostante i tanti appelli fatti durante convegni e incontri. L'ultimo, in ordine di tempo, è avvenuto pochi mesi fa, proprio alla consegna della casa confiscata alla camorra e affidata oggi alla Sermino. Questi conclude Marmo purtroppo sono stati dieci anni sprecati». © RIPRODUZIONE RISERVATA