Napoli, cassa armonica simbolo
d'abbandono in Villa comunale

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di ​Pietro Treccagnoli

Se si volesse cercare un simbolo della devastazione della Villa Comunale c’è solo l’imbarazzo della scelta. La lunga decadenza della passeggiata verde voluta dai Borbone a Chiaia ostenta da anni alcuni epicentri del degrado che non sfigurerebbero tra le rovine di Aleppo. Solo che qui non ci sono stati bombardamenti. L’emblema più rappresentativo è comunque facile da rintracciare: è la Cassa Armonica, quel pezzo di liberty trapiantato tra la Stazione Zoologica, il fu Circolo della Stampa (vandalizzato da oltre un decennio) e lo sguardo compassionevole di Giambattista Vico che di corsi e ricorsi, non storici ma più mediocremente di mala amministrazione, ne ha sofferti tanti da quando l’hanno piazzato sul suo piedistallo imbrattato.

A vederla adesso la «Scassa» Armonica, ancora imbracata, sembra sopravvissuta a una serie infinita di incidenti, cadute, tamponamenti e sbandamenti. E di incidenti s’è trattato in una vicenda lunga assai, cominciata nella seconda metà dell’Ottocento, quando fu realizzato, nel 1878, il progetto di Errico Alvino pensato una quindicina di anni prima. Da allora, il gioiellino di arredo urbano con la sua perfetta staticità, la leggerezza nelle forme e l’acustica capace di diffondere la musica anche a grande distanza, ne ha viste e sentite di tutti i colori, con un’accelerazione nell’ultimo quinquennio che l’ha resa praticamente un fantasma. 

Disarmonia pura. Cacofonie squillanti. Addio Belle Èpoque, ma addio pure al belcanto e alle bande del più modesto secondo Novecento, quando era ancora l’attrattore, durante i concerti domenicali, di balie e di cani al guinzaglio, di bambini e di borghesi, di guardie e di ciclisti, di perditempo e di ambulanti. L’ultima volta che ci hanno messo mano con amore e criterio è stato alla fine degli anni Ottanta. Ed è rimasta tranquilla, sebbene un po’ trascurata, resistente, in mezzo al ciclone della totale trasformazione firmata dall’atelier Mendini a cavallo del Duemila.
La tormenta, quella vera, peggio di un ciclone caraibico, doveva scatenarsi nella primavera di quattro anni fa. Si cominciò con la Coppa America, poi arrivarono i cantieri (sarebbe meglio dire gli scavi infiniti) della Linea 6. La Villa Comunale durante la competizione velica diventò una sorta di quartier generale dello staff della regata. Alla Cassa fu tolta la corolla verde e gialla che la aggraziava e la faceva svettare. Motivi di sicurezza, fu spiegato. Via anche, naturalmente, i sostegni in metallo. Tutto fu collocato all’interno dell’adiacente cantiere dell’Ansaldo che stava portando avanti i lavori del metrò leggero. Vetro e ferro abbandonati alle intemperie per mesi e mesi. Corrosi, arrugginiti e scheggiati. Per tacere di vandalismi e furti. Un disastro subito denunciato dalle associazioni (tra le quali quella capitanata dall’architetto Antonella Pane) che da tempo si battono contro il degrado di Chiaia, mentre la Cassa mutilata spuntava tra gli alberi scorollata, denudata, come un fiore senza petali, come un militare senza cappello. Metteva molta malinconia. 

Contro la deriva, che ancora deve rientrare, montava la protesta con richieste di sopralluoghi, denunce alla soprintendenza, funerali simbolici per la Villa Scontraffatta. Un martellamento continuo soprattutto da parte degli abitanti del quartiere che si sentivano e si sentono giustamente privati di un bene artistico, monumentale e finanche affettivo. Per i tempi della burocrazia s’è dovuto arrivare allo scorso settembre per veder rinascere l’interesse per la Cassa. Nel giugno di due anni fa il Comune aveva stilato il bando di gara vinta da una ditta irpina. Nuovo impacchettamento e un sospiro di sollievo. Macché? Due mesi dopo l’inizio dei lavori si scopre che si deve dire addio alla corolla di vetro giallo-verde. Verrà sostituita da lastre di policarbonato neutro di bianco opaco. La protesta riprende corpo. Sit-in, incontri, denunce sui giornali. Da una riunione tra Comune e soprintendenza trapela che si tornerebbe alla corolla bicolore, com’è nella tradizionale iconografia che ha accompagnato per più di un secolo il palcoscenico nel cuore della Villa. Ma non era così. Il Comune acconsente ai due colori, ma si tratta di un bianco e di un ceruleo, sempre in policarbonato. Insomma un ton sur ton che riscalda di nuovo gli animi e riaccende i malumori. La Cassa torna a scassare. E Vico resta a guardare.
Domenica 16 Ottobre 2016, 16:03 - Ultimo aggiornamento: 16-10-2016 16:03


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