Napoli, Sos al ministro Bonisoli per la stazione Bayard

Mercoledì 3 Ottobre 2018 di Davide Cerbone
Due vite dopo, la gloria che fu è inghiottita dalla natura selvaggia che quando l'uomo dimentica, inesorabile, prende il sopravvento. Inaugurata il 3 ottobre del 1839 (un momento solenne ricordato con diversi dipinti: sono celebri quelli del pittore Salvatore Fergola), la Bayard era l'antica stazione di Napoli. La prima dell'Italia unita e la quinta al mondo da cui, il 7 settembre del 1860, entrò Garibaldi. Quei 7 chilometri e rotti che cominciavano a Napoli proprio dal Corso che fu intitolato al patriota e finivano a Pietrarsa, sembravano spianare la strada ad un futuro luminoso, gettando le basi per la formazione della rete ferroviaria italiana.

Da quel giorno di festa sono passati 179 anni, e quell'edificio, orgoglio prima borbonico e poi campano, simbolo del progresso made in Sud (meglio: nelle Due Sicilie), marcisce nel degrado e nell'oblio. Due destini infausti e comunicanti. Di qui l'appello al ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli perché intervenga per far arrestare il degrado.
 
Cancellato dall'indifferenza e dalla speculazione edilizia, e già danneggiato dai bombardamenti del '43, l'edificio neoclassico alto due piani e progettato dall'ingegnere francese Bayard, a cui appunto è intitolato, è un rudere cadente e decadente. Tanto che le Ferrovie ci hanno dovuto alzare davanti una lunga palizzata che mentre tutela gli ignari passanti dalla caduta di calcinacci, dall'altra nasconde lo scempio. «Oggi ricorrono i 179 anni dall'inaugurazione del primo tratto ferroviario sul territorio della penisola italiana». A sollecitare la memoria di una comunità distratta è Alessandra Pagliano, che con Raffaele Catuogno un anno fa ha organizzato con il dipartimento di Architettura della Federico II un convegno che ha stimolato la ripresa delle trattative tra Rfi, proprietaria dei suoli, e il Comune. «Quello che ci scandalizza è la perdita della memoria: stiamo lasciando crollare uno dei monumenti del progresso tecnologico italiano l'abbiamo lasciata cadere nell'abbandono», lancia il suo grido d'allarme l'architetto Pagliano. Alla fine di quel convegno, le parti si salutarono con un appuntamento e il proponimento di recuperare la prima stazione ferroviaria d'Italia, vincolata dalla legge 1089/39, accanto alla quale nei decenni sono sorti prima gli uffici della II Municipalità e poi, negli anni '80, due scuole.

Buone intenzioni che però non hanno ancora trovato uno sbocco. «C'è un intenso dialogo con Rfi, che si era dichiarata disponibile a donarci il vecchio corpo di fabbrica e i suoli», riferisce l'assessore comunale al Patrimonio, Ciro Borriello. «Finora abbiamo fatto tre riunioni, l'ultima a marzo scorso. Poi con le elezioni i vertici di Rfi sono cambiati, ma ci rivedremo presto per riprendere il discorso interrotto. Noi quei suoli non abbiamo i soldi per comprarli, ma siamo pronti a prendere la donazione dell'edificio e a recuperarlo con un bando che preveda un'idea nuova di gestione. Quanto ci vuole per recuperare l'edificio? Almeno un milione. Le strade sono due: o un finanziamento europeo o l'intervento di un soggetto privato che voglia farci un'attività museale, contemperando la parte storica con la modernità». Un ottimismo che Maria Iannuzzi, rappresentante legale di Ferservizi, la società che si occupa della manutenzione degli impianti di Ferrovie, smorza. «Le trattative sono ancora in corso, non posso dire altro», taglia corto.

L'intento è quello di smuovere sensibilità anche a livelli istituzionali nazionali. L'ipotesi è quella di coinvolgere il Mibac. «Il vincolo riconosce il pregio storico-artistico dell'edificio», sottolinea l'architetto Pagliano. «Il ministro Bonisoli dovrebbe intimare a Ferrovie dello Stato almeno di arrestare il processo di degrado, innescando, in attesa di un restauro, un processo di valorizzazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA