Napoli, l'addio del soprintendente Garella: «Dalle grate a Caravaggio, io vittima di diktat politici»

Mercoledì 28 Agosto 2019
Due giorni fa ha compiuto 67 anni, età di pensione: Luigi Garella lascia la Soprintendenza alle Belle arti dopo un quadriennio. Tempo di bilanci, di riflessioni e di stoccate: «Temo che si vada verso la scomparsa della figura del soprintendente. Siamo come dinosauri, in estinzione». L'ultimo anno del suo mandato è stato piuttosto travagliato: dalla vicenda delle grate di piazza del Plebiscito, che gli è costata anche un'ispezione, al mancato prestito del Caravaggio. Diversi pareri dell'ufficio diretto da Garella hanno trovato sulla loro strada il veto del ministero e soprattutto del dirigente Gino Famiglietti, uno con la fama di signor No. «Ma il problema», spiega Garella con ironia e eloquio elegante, «non è chi ha vinto tra noi perché a perdere è sempre stato il Mibac». La politica, dice ancora, ha da tempo messo le mani sull'uso delle opere d'arte. La controriforma a firma di Alberto Bonisoli, attuale numero uno del dicastero, ha di fatto ha cancellato gli effetti della precedente voluta da Dario Franceschini, «facendo compiere vari passi indietro al nostro Paese». Per Garella è dunque tempo di bilanci.

Come è stata la sua esperienza napoletana?
«Molto positiva. Diversa dalle altre che avevo condotto, entrambe complesse, in Calabria e a Roma. Qui neanche sono mancate le criticità, ma ho potuto giovarmi della creatività tipica della città. Insieme alla sensazione, sempre più marcata nella mia esperienza, che la tutela della cultura vada affrontata con strumenti adeguati».
 
Ad esempio?
«Una modifica dell'approccio della cittadinanza alla relazione con la Soprintendenza. Che deve avere un profilo austero ma non severo, elastico ed autorevole al tempo stesso. Ormai trovo sciocche le prese di posizione autoritarie e monolitiche, nel custodire e valorizzare l'arte che abbiamo ricevuto dal passato un ufficio come il mio deve essere possibilista e quanto più concreto, pragmatico, lasciandosi alle spalle gli ideologismi. Ma l'autorevolezza si può ottenere, se la natura non te la dona dalla nascita, solo col lavoro».

Il suo mandato è stato caratterizzato da diverse polemiche. Il riferimento è soprattutto ai due no del ministero, sulle grate del Plebiscito e sul Caravaggio.
«Non voglio troppo soffermarmi sulla persona che ha voluto i divieti, Gino Famiglietti. È spiacevole parlare di un collega, per altro anche lui da poco in pensione e che già il suo stesso ministero ha provveduto a mettere nel dimenticatoio. Perché il problema non è se ho vinto io o ha vinto Famiglietti: ma che in entrambi i casi è stato il Ministero dei beni culturali ad averci perso. Mettiamo la storia delle grate: diversi anni si poté operare sulla pavimentazione in tutta serenità, nel 2018 no. Per me, come si dice a Roma, è tutta na tigna. Ovvero, le considerazioni politiche sono entrate nel fatto tecnico.

E sul Caravaggio?
«Non ne parliamo. Durante il mio mandato ho ricevuto due no: il primo per una mostra al Quirinale durante il giubileo della Misericordia, nel 2015. Si era fatto garante il Papa, pensi un po'. E quest'anno per la mostra a Capodimonte. L'ente proprietario del quadro, che è un istituto diretto da galantuomini, avrebbe voluto trasformare in opere di solidarietà i proventi dell'esposizione de Le sette opere di Misericordia. Che all'inizio degli anni 2000 venivano spostate serenamente da due braccianti, come testimoniano le foto. Nel 2019, di nuovo, no. Ma così ci perde tutto il sistema italiano: l'inamovibilità delle opere causa una paralisi dei prestiti dall'estero. E poi da analizzare c'è il ruolo di diversi intellettuali e dei politici».

A chi si riferisce?
«Nomi non ne faccio perché li conoscono tutti. Sono i soliti che, di critica in critica, hanno capitalizzato rendite e carriere, dalla direzione di un istituto a quella di un festival. E spesso si è trattato di persone che avevano voluto le stesse decisioni contro cui anni dopo si sono messe contro! Ma il problema è sempre lo stesso: il ministero dovrebbe dare regole valide per tutti e dovrebbe dirci chiaramente cosa fare. Il guaio è che si è sempre fatto un uso politico dell'arte e oggi è sempre peggio. Qui a Napoli ho ricevuto due ispezioni e i colleghi che sono venuti a verificare, dopo aver letto le carte, rimanevano esterrefatti. Chiaramente, come si dice in gergo, sono stato in entrambi i casi assolto dallo stesso dicastero da cui dipendevo. Ma è stato mortificante lo stesso».

Solo dispiaceri?
«Per nulla, anzi. Insieme allo staff abbiamo letteralmente ribaltato un ufficio. Introducendo delle procedure chiare e semplificate: un esempio sono i pareri. Prima si aveva una discrezionalità assoluta, e si andava dalle due righe ai trattati scientifici. Oggi c'è un fac-simile, un modo per far capire subito da quale soprintendenza provenga il parere. Sembra poco ma non lo è, posso assicurare. Chiaramente se sono riuscito a svecchiare l'ufficio lo devo all'impegno di tutti, dai dirigenti ai custodi. Uno come me può svolgere un ruolo di pungolo, ma è la squadra che deve sposare una filosofia e così è successo».

Un giudizio su quella che viene definita controriforma Bonisoli.
«Non è che fossi un fanatico della Franceschini, il mio incarico si è dilatato al punto tale che dovevo farmi ricordare dalle segretarie quale fosse l'arco immane delle mie competenze. Ma questa di ora, arrivata con strana tempestività mentre l'esecutivo tramontava, fa fare passi indietro in senso centralistico al sistema dei Beni culturali italiani. Si mettono tanti ragazzi birichini e incompetenti nelle soprintendenze per svuotarle, di fatto, di rilievo. Devono ammetterlo, il mio è un mestiere in estinzione, siamo ormai dei dinosauri. Mentre l'Italia non si decide a capire cosa voglia essere da grande, restando un'eterna adolescente».

Dopo di lei Luigi La Rocca.
«Un'ottima persona cui faccio i più sinceri auguri. Farà sicuramente un egregio lavoro, e poi è giovane. Perché, diciamocelo davvero, io forse non ho più le energie giuste. Lo dicevo, no? Sono ormai un dinosauro...». © RIPRODUZIONE RISERVATA