Napoli, l'addio del soprintendente Garella: «Dalle grate a Caravaggio, io vittima di diktat politici»

  • 132
Due giorni fa ha compiuto 67 anni, età di pensione: Luigi Garella lascia la Soprintendenza alle Belle arti dopo un quadriennio. Tempo di bilanci, di riflessioni e di stoccate: «Temo che si vada verso la scomparsa della figura del soprintendente. Siamo come dinosauri, in estinzione». L'ultimo anno del suo mandato è stato piuttosto travagliato: dalla vicenda delle grate di piazza del Plebiscito, che gli è costata anche un'ispezione, al mancato prestito del Caravaggio. Diversi pareri dell'ufficio diretto da Garella hanno trovato sulla loro strada il veto del ministero e soprattutto del dirigente Gino Famiglietti, uno con la fama di signor No. «Ma il problema», spiega Garella con ironia e eloquio elegante, «non è chi ha vinto tra noi perché a perdere è sempre stato il Mibac». La politica, dice ancora, ha da tempo messo le mani sull'uso delle opere d'arte. La controriforma a firma di Alberto Bonisoli, attuale numero uno del dicastero, ha di fatto ha cancellato gli effetti della precedente voluta da Dario Franceschini, «facendo compiere vari passi indietro al nostro Paese». Per Garella è dunque tempo di bilanci.

Come è stata la sua esperienza napoletana?
«Molto positiva. Diversa dalle altre che avevo condotto, entrambe complesse, in Calabria e a Roma. Qui neanche sono mancate le criticità, ma ho potuto giovarmi della creatività tipica della città. Insieme alla sensazione, sempre più marcata nella mia esperienza, che la tutela della cultura vada affrontata con strumenti adeguati».
CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO:
  • Accesso illimitato agli articoli
    selezionati dal quotidiano
  • Le edizioni del giornale ogni giorno
    su PC, smartphone e tablet
SCOPRI LA PROMO



Mercoledì 28 Agosto 2019, 08:30
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP