Le due Napoli dei fotografi Siano: «Ecco il tesoro perduto»

di Pietro Gargano

L'albero genealogico dei fotografi Siano è finalmente pubblico e completo, fatta eccezione per le aggiunte a venire. L'ultimo nome è anche quello del primo della dinastia: Riccardo senior, padre di Mariettiello compagno della nostra gioventù e nonno di Sergio colonna del Mattino, esploratore dei segreti di Napoli, e di Riccardo, talentuoso fotoreporter di Repubblica. Riccardo I è autore della prima foto a tutta pagina di Napoli ieri e oggi. Le trasformazioni della città dall'Ottocento ai giorni nostri. L'immagine è datata 1933, nel pieno dei lavori per la trasformazione dell'area del porto che il fascismo volle principale approdo delle navi provenienti dalle colonie d'oltremare. Venne scattata dai bastioni del Maschio Angioino. In evidenza il tracciato dell'attuale via Cristoforo Colombo, allora via del Piliero.

L'antenato aveva occhi azzurri e trasparenti come il mare, ereditati dal padre Silvio che non era fotografo ma amava quell'arte ed era amico di Guglielmo Troncone, il primo della dinastia che portò il cinema in Italia e il documentario in foto a Napoli. Sergio avrebbe dovuto avere il suo stesso nome ma la mamma era innamorata della bravura e della faccia severa del regista Sergio Leone, e così il nuovo nato fu battezzato come Sergio Silvio.

Il libro, appena edito da Intra Moenia a cura di Attilio Wanderling e Ursula Salwa, raccoglie gli scatti odierni di Sergio e Riccardo Siano, abbinati alla foto di epoche precedenti, in modo da rendere possibile il confronto tra il prima e il dopo. L'editore aveva affidato l'incarico a Sergio, che ben presto si è reso conto della severità dell'impegno e ha chiamato il germano in soccorso.

Gli autori del testo presentano l'opera come «una sorta di gioco alla scoperta del tesoro perduto, il vostro». La ricerca parte appunto dalla certezza che i mutamenti della città, perfino i più radicali, furono fatti nell'interesse dei potenti, nobili e ricchi, dando conforto solo apparente ai disagiati. Via Toledo, tracciata a metà Cinquecento dal viceré Don Pedro, è la rappresentazione di questo confine. Da fine Ottocento ospitò la Galleria con i locali pieni di canti e di luci, che resero Napoli rivale di Parigi per dolcezza della vita, ma ancora oggi basta attraversare la strada per ritrovarsi negli invariati Quartieri Spagnoli.

Consapevole di questo paravento, la premiata ditta Siano evita con cura la nostalgia canaglia, pur se coglie il fascino di ogni meraviglia sopravvissuta, ad esempio un'antica fontana sbattuta a ccà e a llà - qui le fontane, si sa, sono mobili - e salvata dai cumuli di pietre nuove; ad esempio un villino liberty in mezzo alla foresta di cemento, o un palazzo patrizio scampato al peso dei secoli. Per quanto riguarda Sergio, emerge una novità geotecnica. Negli ultimi tempi si è distinto come fotografo dell'ombra, alla ricerca di segreti nelle viscere napoletane. Qui invece insegue il sole, una maggiore vicinanza al cielo, azionando la macchina dai tetti degli edifici più alti e dagli spalti dei castelli, in modo da poter raccontare una porzione più ampia del territorio grazie al grand'angolo della natura.

Pagina dopo pagina, anno dopo anno, sfilano il pino solitario di Posillipo, in pieno vigore nel 1880 e abbattuto nel 1984 perché malato inguaribile, e una processione su una delle tredici rampe di Sant'Antonio costruite nel 1643 dal viceré duca Medina de las Torres, ondivago accesso a uno dei panorami più struggenti della vecchia capitale. Il superstite pescatore di Mergellina ripara reti nello stesso luogo in cui scugnizzi nudi facevano il bagno prima che la spiaggia venisse inglobata dal'asfalto di via Caracciolo. Fuorigrotta e Vomero sono nel mezzo del verde prima dell'invasione del cemento. Il profilo tuttora magico dell'isolotto di Nisida è raffrontato con quello registrato nel 1875 dal celebre vedutista Roberto Rive, poiché Napoli è posto di grandi fotografi pure per gli scambi di cultura, nel continuo gioco di dare e prendere.

L'incompleto Palazzo Donn'Anna è una meraviglia di tufo in ogni epoca, con tutte le sue leggende vere e false. Le mucche s'inerpicano sui gradini di Calata San Francesco. I gradoni di Chiaia sono immutati nell'aspetto, non nello scenario, Il neogotico si mescola allo stile elisabettiano nel castello ideato nel 1902 al corso Vittorio Emanuele da Lamont Young, l'uomo preso per pazzo perché progettava una metropolitana. La confusa Villa Comunale di adesso è paragonata a quella linda, verde e geometrica del 1870. La Stazione Zoologica si specchiava nel mare. I quattro leoni di piazza dei Martiri continuano a rievocare epopee eroiche.

Nell'enorme piazza Plebiscito sono rimasti i colombi e svanita la fontana del 1885, così come sono scomparsi i tram a cavallo di piazza Municipio. Stessa sorte per le carrozzelle a Santa Lucia. La colmata di Santa Lucia è ritratta nel 1897 e confrontata con la serie di palazzi che allontanarono quel luogo magico dal mare. Dal correre del tempo ha invece ricevuto benefici il Maschio Angioino, liberato dalle basse e disordinate fabbriche.

Calata Trinità Maggiore ha il suo doppio collocato nel 1880, quando era ancora frequente definire il luogo come quello del Palazzo del Gas, perché uno degli edifici aveva ospitato a lungo il pittore Edgar Degas. E ancora obelischi, porte, mormorii d'acqua, balconi storici. A chiudere, a pagina 167, una rara immagine della costruzione della Villa del Popolo, l'equivalente della Villa Comunale a uso delle classi popolari. Ancora una separazione spacciata per conquista della modernità. Questo prezioso volume vi consente di ripassare la storia di Napoli ed è un invito a cambiare in meglio la città. Buon lavoro ai Siano di oggi e di domani.
Venerdì 21 Dicembre 2018, 12:00
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