Pompei, i segreti underground: viaggio nei tunnel dei tombaroli

Sabato 30 Maggio 2020 di Dario Sautto

C'è una rete di cunicoli che percorre in lungo e in largo l'immensa villa di epoca augustea, dai locali della servitù dove è emerso il calco di un cavallo bardato, fino ad arrivare nella parte nobile della domus. Una serie di gallerie anguste, per un totale di oltre 70 metri, scavate tra i due e i 5 metri di profondità, bucando anche pareti affrescate oltre duemila anni fa, senza badare troppo al sottile. Siamo a Pompei, nella zona conosciuta come Civita Giuliana, a poche decine di metri dagli Scavi. Lì, grazie a un protocollo d'intesa tra Soprintendenza e Procura, è in corso il recupero di una domus che sta già regalando sorprese e scoperte. Un primo esperimento di «archeologia giudiziaria», con l'equipe del Parco Archeologico di Pompei diretto da Massimo Osanna a condurre gli scavi, dal 2017 affiancata dalla Procura di Torre Annunziata guidata da Pierpaolo Filippelli e dai carabinieri, che hanno individuato due tombaroli padre e figlio oggi a processo per questi fatti.

«Il Mattino» ieri ha avuto la possibilità di visitare quei cunicoli scavati dai tombaroli negli anni per saccheggiare oggetti, pitture e mosaici, ma anche porzioni di pareti. Sì, perché gli intonaci affrescati in maniera neutra meglio se senza decorazioni vengono utilizzati sul mercato nero. Dopo il restauro dei colori, vengono sovrascritti con copie di pitture di epoca romana. Quei frammenti di storia pompeiana finiscono nelle case dei collezionisti di tutto il mondo, con i carabinieri del nucleo Tutela beni culturali che hanno sequestrato in una casa alcuni «falsi» realizzati su quelle porzioni di parete trafugate proprio in questa domus. A confermarlo anche il consulente della Procura, Domenico Camardo.
 

 

Ma chi frequentava all'epoca la splendida villa romana? Sicuramente una bambina di nome Mummia forse della famiglia dei Mummii, molto potente e influente a Roma che aveva inciso il suo nome su una delle pareti in via di restauro grazie alla Ecores e a Roberta Prisco, restauratrice, che sta lavorando al fianco degli scavi di Pompei sotto la direzione dei lavori di Raffaele Martinelli. Altre iscrizioni sono emerse in questi giorni, insieme a fini decorazioni, tipiche delle ville nobili romane. Per raggiungere quei cunicoli, bisogna scendere circa due metri sotto terra, attraverso una breccia ricavata nel criptoportico. Proprio qui prima esisteva una baracca agricola dalla quale si erano introdotti per mesi i tombaroli. Una volta all'interno, si vedono da un lato le finestre, dall'altro due cunicoli scavati per saccheggiare reperti. In fondo, camminando per una ventina di metri, si arriva a un «muro» fatto di terreno, sacchi di detriti e secchi. Quelle sono le tracce dei tombaroli, che hanno chiuso il varco già «ispezionato», lasciando sul posto una carriola e alcuni attrezzi utilizzati per sondare la zona. Tra questi un piccolo piccone e un insolito punteruolo di oltre un metro: se la punta perfora la terra e si colora, significa che dietro ci sono pareti e si può scavare. I chiodi percorrono tutta la volta del criptoportico: servivano per poggiare il cavo con le lampadine. E c'è pure una ventola rotta abbandonata sotto terra. Tempo fa i carabinieri trovarono anche resti di confezioni di alcune merendine. Dall'altro lato della scaletta, per oltre 15 metri, c'è una zona che dà agli archeologi la speranza di trovare altri reperti: c'è un dipinto ancora visibile e ci sono frammenti di parete, forse lì non è tutto perduto.
 

La villa era già conosciuta agli inizi del secolo scorso, quando gli scavi erano affidati ai privati. Il proprietario di allora, siamo nel 1907, riuscì a far emergere una parte importante della domus, con decine di reperti che furono esposti all'Antiquarium. Ma i bombardamenti inglesi durante la seconda guerra mondiale distrussero l'ala del museo in cui erano custoditi quegli oggetti. A inizio anni 50 tutto venne seppellito e il terreno tornò agricolo. Le tracce, però, erano rimaste ed erano ben conosciute dagli esperti e, purtroppo, dai tombaroli. Negli anni 80 l'Archeoclub di Boscoreale l'aveva censita, e la studiosa Grete Stefani aveva dedicato un libro a quella villa nel 1994. Nel frattempo è stata saccheggiata più volte. Solo adesso la domus sta finalmente tornando alla luce in tutto il suo splendore.

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