Coronavirus a Napoli, ressa alla mensa dei poveri della Sanità: per mangiare si ritira il numero

Lunedì 30 Marzo 2020 di Maria Chiara Aulisio

Prima si ritira il numero, poi ci si mette in fila e, con pazienza, si attende che arrivi il proprio turno seduti in cortile. Ogni sera la scena è sempre la stessa solo che adesso ci vogliono anche guanti, disinfettante e mascherine e - purtroppo - non bastano mai. Il centro la Tenda gestito da don Antonio Vitiello, che ne è presidente, porto sicuro dei vagabondi di Napoli, serve la cena a 130/140 poveri ogni giorno, una quarantina in più rispetto al solito numero. «Li facciamo entrare a gruppi di 24 - racconta il direttore del centro, Antonio Rulli - a ognuno di loro diamo un numero per evitare l’affollamento e cercare di mantenere le distanze di sicurezza. Esce un gruppo e entra un altro, fino a quando non abbiamo servito tutti e chiudiamo la cucina». Il problema è quello solito: mancano le attrezzature sanitarie, volontari e operatori sono costretti a proteggersi alla meglio: «Cinquecento mascherine fatte in casa dai nostri preziosi collaboratori le abbiamo date a loro, i poveri del centro - aggiunge Rulli - devono indossarle mentre fanno la fila, quando vanno a lavarsi e ogni volta che vengono a contatto con gli altri». 

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Tutte le mattine, poi, gli stessi operatori procedono alla sanificazione dei locali: «Spariamo vapore a 160 gradi ovunque: dalle camere da letto, ai bagni, a tutti gli spazi comuni: un servizio che prima veniva effettuato una volta alla settimana, adesso è quotidiano. Con l’emergenza che c’è non potremmo fare diversamente». Perché qui - da don Antonio Vitiello - si dorme pure. A turno, ovviamente: il numero di letti è limitato e può essere occupato dalla stessa persona solo per un paio di settimane, poi il posto va lasciato ad altri. «Abbiamo le brandine anche in corridoio - prosegue il direttore della struttura - don Antonio fa così per evitare che i più anziani, e quelli che versano in condizioni particolarmente difficili, vadano via. I letti ogni quindici giorni devono cambiare ospite così, padre Vitiello, in attesa che torni il loro turno, li tiene in queste brande di emergenza per farli tornare a dormire in strada». 

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Don Antonio - che fin dall’inizio del suo ministero è stato al fianco di chi vive ai margini della società, al fianco degli ultimi - la sua Tenda la piantò nel cuore della Sanità, nel lontano 1981. E questo rifugio per i diseredati lo chiamò così perché l’aveva immaginato come un domicilio di passaggio. Quarant’anni dopo è ancora lì, a gestire l’unica realtà che in città garantisce ai senza dimora un’assistenza completa: dalla lavanderia al cambio degli abiti, dall’ambulatorio alla farmacia. Poi la mensa che ogni sera mette a tavola un pasto caldo. «Qui da noi le persone possono cenare e fare la doccia anche se dormono altrove - aggiunge Antonio Rulli - il problema è che, in seguito a questa grande emergenza, il nostro lavoro è aumentato a dismisura, arriva anche chi il lavoro lo aveva ma adesso è fermo, dal garzone del bar al piccolo artigiano: i volontari cominciano a scarseggiare e pure i guanti e le mascherine». 
 


Il centro di padre Antonio si occupa anche della gestione di un’ambulatorio per rispondere al bisogno delle persone senza dimora di curare la propria salute. La vita in strada indebolisce il fisico, fa ammalare più spesso e favorisce lo sviluppo di patologie, spesso mortali, che le persone tendono a sottovalutare per mancanza di mezzi e per la difficoltá di accedere ai servizi socio-sanitari. «Pensiamo anche a questo - conclude il direttore del centro - grazie a medici e infermieri che, gratuitamente, vengono a prestare la loro assistenza qui a La Tenda. Ma stiamo andando in difficoltà perché non riusciamo a garantire la sicurezza neanche a loro». 

Ultimo aggiornamento: 13:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA