"Encanto”, la magia trasversale dell'animazione

Giovedì 25 Novembre 2021 di Valerio Caprara

È inutile nascondere la tentazione di concentrare l’attenzione sul fulmineo passaggio in sala dell’affresco napoletano ma non napoletanista di Paolo Sorrentino. Ma proprio per rispetto dell’amore assoluto per il cinema espresso nelle metafore ossessive e i miti personali trasfigurati sullo schermo dal grande regista, è giusto trasmettere qualche nota sugli altri titoli che scendono in campo in una settimana per loro a dir poco non agevole. 
“Encanto”.

Da sempre attenta all’America Latina, la Disney si reca stavolta in Colombia per elargire ai nuovi e vecchi adepti il consueto messaggio cauteloso e consolatorio raggiungendo, peraltro, il top soprattutto grazie a una qualità d’animazione decisamente straordinaria. L’intelligenza e l’abilità degli insuperabili team Pixar vi riescono, infatti, ancora una volta ad abbinare la specificità del raccontino fiabesco agli incastri di composizione e messa in scena: non a caso la variante di realismo magico, che è la chiave del blockbuster “Encanto” destinato insieme a “È stata la mano di Dio” a rianimare (finalmente) le classifiche degli incassi, sembra allestita per l’occasione anziché a suo tempo concepita dai noti e prestigiosi big letterari.

Gli spettatori, ovviamente appartenenti alla più ampia scala di età, si affezioneranno senza ombra di dubbio alla bizzarra famiglia Madrigal che vive nel contesto rurale e remoto dell’unica nazione sudamericana che si affaccia sui due oceani: ciascuno dei suoi componenti gode di un potere soprannaturale con l’unica eccezione della protagonista Mirabel, la cui meno superdotata intraprendenza verrà, peraltro, molto utile nell’accavallarsi delle peripezie. Di fronte a questa fantasmagoria di destini riconsegnati nonostante le avversità alle rispettive vocazioni e ai rispettivi talenti sbiadisce, che sollievo, il ricordo delle ultime due pressoché insopportabili scorribande neo-disneyane di ”Coco” in Messico e “Luca” in Italia. 

“Una famiglia mostruosa”. Una commediola a tratti divertente e ad altri meno che rievoca il nostro cinema popolarissimo anni 50 (“Tempi duri per i vampiri”) e si colloca a metà del guado tra disimpegno prenatalizio e incursioni appena abbozzate nel territorio nella volgarità aggressiva e politicamente scorretta. L’ormai specialista nonostante la giovane età De Biasi (sopravvissuto persino agli ingaggi di ‘o presidente Aurelio) vi ha convocato una compagnia stabile di maschere, appunto, mostruose che fanno diligentemente il verso agli horror scherzosi modello “La famiglia Addams” e “Hotel Transylvania” scatenandosi mano a mano che gli sketch s’accumulano in veri e propri tour de force di pantomime e uscite grottesche. Insomma, se da un lato ci si vergogna un po’ di ricevere alla fine persino l’inevitabile messaggino progressista, dall’altro ci si lascia andare alle risatacce incontenibili quando Ghini balla a canini scoperti “Tintarella di luna” o quando entra in scena il clan dei trucidi capeggiati da un Lillo Petrolo ormai degno d’installarsi tra i totem più venerabili della comicità italiana. 

“Sotto le stelle di Parigi”. Ecco la versione contemporanea di una favola morale alla Andersen o fratelli Grimm: Christine, una barbona che dorme sotto i ponti, si imbatte in un bambino africano di otto anni solitario e terrorizzato. Dapprima spiazzata da questa intrusione nel proprio mondo degradato, ma in fondo accettato e gestito con rassegnata abitudinarietà, la protagonista interpretata da un’attrice esperta e versatile come la Frot deciderà di accompagnare il piccolo profugo alla ricerca della mamma smarrita tra le luci sfarzose e indifferenti di Parigi. Il regista Drexel, già autore circa sei anni orsono di un apprezzato documentario sui senzatetto, riesce a modellare i personaggi e a seguirne le peregrinazioni senza ricorrere a picchi di facile miserabilismo, però il linguaggio cinematografico rivendica scelte più radicali e strutture meno affidate all’uscita di sicurezza di una serie, pour cause, caravaggesca d’inquadrature inquadrature e fotografie. Certo non è il caso di parlare di ricatto, ma oggettivamente ritrovarsi immersi nel clima e la logica alla “Orsetti del Cuore” non aiuta a assimilare in profondità il drammatico argomento. 

 

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