La scuola ko, non date ​la colpa all'epidemia

Sabato 24 Ottobre 2020 di Giorgio Ventre

Diciamoci la verità. Se non fosse stato per la crisi indotta dalla pandemia, ci saremmo ben guardati dal dare un po’ di attenzione alla scuola italiana. Perché la cosa triste è questa: la scuola fa notizia solo quando ci sono delle emergenze da risolvere.

Dalla caduta dei controsoffitti in una delle tante scuole relegate in edifici vecchi ed insicuri, al problema del perenne ritardo nelle nomine dei docenti e dei supplenti, ai risultati ampiamente al di sotto dei Paesi più evoluti nei test sulle competenze dei nostri ragazzi, fino alle preoccupanti percentuali di abbandono da parte dei ragazzi dei quartieri più periferici, la nostra attenzione viene richiamata solo quando la scuola ci manda segnali di allarme. E purtroppo basta poco per dimenticarcene e per tornare alle tante questioni che affliggono il nostro Paese, perché vediamo questi problemi come casi eccezionali, isolati, o come questioni limitate alla sfera organizzativa.

Purtroppo, i lockdown totali o parziali che abbiamo vissuto e che vivremo fino a quando l’infezione Covid-19 non sarà messa sotto controllo ci stanno facendo capire che la nostra scuola, ossia l’istituzione che forma e prepara i cittadini del futuro e che come tale dovrebbe essere costantemente al centro della attenzione politica, è soggetta ad una crisi forte ed estesa che dal virus è stata solo evidenziata. Una crisi che mette a dura prova infrastrutture obsolete ed inadeguate, un corpo docente preparato ma stanco e demotivato, un personale tecnico spesso insufficiente nel numero e nelle competenze oggi necessarie. Una crisi che evidenzia i limiti di scelte che sono certo di natura organizzativa ma che sono anche e soprattutto di natura educativa.

Prendiamo ad esempio la didattica a distanza: improvvisamente, ma sia chiaro a ben ragione, si decide di passare tutta la scuola italiana a fare lezione via Internet. Bella idea, se non fosse che noi siamo il Paese con gli indici di digitalizzazione più bassi in Europa: reti a banda larga ancora non diffuse, numero di PC e tablet per famiglia molto basso, competenze digitali limitate sia tra i docenti che tra le famiglie. Non si possono improvvisare soluzioni a questi problemi perché sono legati a scelte sbagliate fatte nel passato. Pensate: abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di seguire le lezioni anche con il proprio smartphone pur di risolvere il problema. Quello stesso smartphone che alcuni censori chiedevano fosse vietato in classe o comunque assolutamente bandito dall’uso per la didattica. E questo senza citare i problemi legati alle piattaforme adottate, alla privacy dei nostri ragazzi, all’impatto sui processi formativi, alla valutazione dell’apprendimento, etc. etc.

Ora, capisco che quando si è in una emergenza si cerca di risolverla nel modo più rapido possibile e che invece qui stiamo parlando di problemi enormi, che impattano tutti gli aspetti della istruzione scolastica. Ma quale momento più adatto di questo per affrontare finalmente i problemi in una maniera strutturale ed organica. Cercando di usare l’emergenza per capire i limiti della attuale organizzazione e dell’attuale approccio didattico e cominciando a progettare soluzioni a lungo termine, in grado di cambiare radicalmente il modo in cui in Italia si fa scuola. Partendo da alcune semplici domande: cosa vogliamo offrire ai nostri ragazzi; cosa speriamo che siano, come cittadini di domani; quali sono le cose importanti che serviranno loro, nella vita come nel lavoro.

Per di più, ci troviamo in una situazione nella quale è possibile avere a disposizione ingenti risorse finanziarie per una “ricostruzione” nazionale che non può ignorare l’importanza della formazione dei nostri giovani e non dedicare quindi a questo settore una loro parte significativa. Anche perché i limiti della nostra scuola attuale si riflettono nella nostra scarsa competitività come sistema produttivo, con una grave carenza di competenze e di professionalità in tutti i settori della economia e della società. E quindi pensare di usare questi fondi per “innovare” il Sistema Paese, per renderlo più moderno e competitivo, di rafforzare le sue imprese, senza incidere sulla formazione è una pura e semplice follia.

Sarebbe ora che si cominciasse a pensare ad una scuola davvero nuova, ad un modo nuovo di creare cultura e competenze, in tutti i gradi del sistema formativo. Sarebbe ora di cominciare a ragionare seriamente sul cosa insegnare oggi ma soprattutto sul come. Ed investire risorse affinché questo nuovo modello educativo possa essere applicato in tutto il Paese. Rendendo così onore all’impegno dei tanti docenti che ogni giorno cercano di compensare questi problemi con il loro entusiasmo e la loro iniziativa.

Ha senso avere oggi una scuola nella quale le tecnologie digitali non hanno spazio, a nessun livello? Né intese come competenze da acquisire né come supporto all’apprendimento? Nonostante che esse ormai trovino applicazioni in tutti i settori produttivi e professionali? Ha senso far comprare chili e chili di testi cartacei e non investire su strumenti digitali che accompagnino i nostri ragazzi nei loro studi? Hanno senso percorsi formativi all’interno dei quali non si parla mai di economia, di lavoro? Di futuro professionale? E solo marginalmente di ambiente, di salute, della nostra società, insomma del mondo che ci circonda?

Ma ancora di più, ha senso immaginare oggi una scuola dove i ragazzi non possano fare altro che ascoltare lezioni teoriche, rigidamente separate per discipline, bloccati nei loro banchi per ore, senza dare loro la possibilità di contribuire in qualsiasi modo? Senza concedere loro la libertà di scegliere nulla del loro processo di formazione e di crescita? Ha senso vedere oggi la scuola come un ciclo immutabile dove l’interesse principale sembra essere sempre la valutazione, il voto? Da determinare sempre e soltanto con interrogazioni e con compiti in classe?

La scuola italiana sembra essere ancorata ad un modello formativo di due secoli fa. Sembriamo una di quelle comunità Amish negli Stati Uniti dove la vita sembra essersi fermata agli inizi dell’800, senza elettricità e mezzi di trasporto a motore, men che meno Internet. E noi, allo stesso modo, in un mondo di automazione sempre più spinta e di comunicazione globale, di lavori e tecnologie che cambiano continuamente, ci ostiniamo a mantenere riti che oggi semplicemente non hanno più senso. Solo che quelle comunità hanno fatto una scelta coerente con un loro modo di vita, di credere. Noi lo facciamo solo per paura di innovare.
 

Ultimo aggiornamento: 06:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA