Napoli impari da Milano: il decoro porta ricchezza

Mercoledì 19 Febbraio 2020 di Vittorio Del Tufo
Lunedì scorso il Comune di Milano ha firmato con i colossi della moda Fendi e Dior due contratti di locazione che porteranno nelle casse del capoluogo lombardo un bottino di 7,5 milioni di euro. Le due griffe non hanno esitato a spendere cifre da capogiro per aggiudicarsi, all’asta, un affaccio sulla Galleria Vittorio Emanuele II, sbaragliando la concorrenza di altri giganti del lusso come Armani, Versace e Yves Saint Laurent.

È una notizia che, sia pure per contrasto, ci riguarda da vicino, perché illustra in maniera efficace quanto il decoro dei monumenti non sia solo un’ossessione dei nostalgici della memoria, ma anche (soprattutto) un fattore di crescita e di sviluppo economico. A Milano la Galleria è una gallina dalle uova d’oro: gli amministratori lo hanno capito da tempo puntando sul decoro e sulla manutenzione dell’Ottagono affacciato su piazza del Duomo e piazza della Scala. A Napoli la Galleria Umberto, che dal punto di vista architettonico e monumentale non ha nulla da invidiare a quella milanese, si è trasformata con gli anni nel simbolo stesso del fallimento della manutenzione urbana. Dunque di ogni progetto di valorizzazione economica, che non può prescindere dal decoro. A Milano le vetrine dell’alta modo sgomitano, a suon di milioni, per aggiudicarsi uno spazio in Galleria.

A Napoli la Galleria è diventato un non luogo, nel quale impera, da anni, la legge del non governo.

Lo scorso dicembre Antonio Barbaro, e presidente del Centro Commerciale Galleria Umberto I, raccontava come all’interno della Galleria si deve spesso camminare con gli ombrelli aperti, a causa delle infiltrazioni dovute ai mancati interventi sui vetri superiori della cupola. Spesso le “precipitazioni” sono talmente intense da scoraggiare perfino il suk degli ambulanti che di solito invadono con le loro mercanzie il monumento. Hanno il sapore del deja vu le lamentazioni sulle condizioni penose in cui versa il “salotto” della città. Alla Galleria Umberto, come in tanti altri luoghi simbolo della nostra memoria, il tempo è fermo, bloccato, e fa un certo effetto dover parlare di suk e di infiltrazioni, o del triste destino dell’albero Rubacchio, mentre altrove si parla di aste record e grandi griffe che contribuiscono, con i loro affari, a rimpinguare le casse degli enti pubblici. 

Il vero vincitore dell’asta dei record per le vetrine dell’alta moda in Galleria Vittorio Emanuele II non è stato né Dior né Fendi ma il sindaco Sala, proprietario di casa, che dal suo “gioiello” incassa ormai più di 40 milioni all’anno. Mentre, a Milano, le grandi firme della moda investono sulla Galleria potendo contare su una politica del decoro degna di questo nome, a Napoli i marchi internazionali che avevano deciso di investire aprendo nuovi punti vendita sono in disarmo, e, come ha denunciato recentemente il presidente della prima Municipalità, Francesco De Giovanni, «stanno man mano abbandonando il sito monumentale per gravi danni d’immagine. In Galleria Umberto il degrado è inarrestabile. Non è più tollerabile che un monumento del genere sia ormai il gabinetto istituzionalizzato per i senzatetto. Ma lo sa il Comune che la Galleria è diventata, di notte, un luogo di prostituzione?». 

Nessun esercizio di illusionismo, nessun abracadabra può dissimulare il fallimento della manutenzione e la definitiva scomparsa del decoro in questo come in altri luoghi simbolo della città. Se il degrado avanza i negozi chiudono, punto e basta. E le griffe che potrebbero investire scappano a gambe levate. Il confronto con Milano, da questo punto di vista, è impietoso. Recentemente il gruppo Swarovski, il cui albero di Natale campeggia ogni anno nella Galleria Vittorio Emanuele II con i suoi cristalli, ha presentato al Comune di Milano un’offerta di sponsorizzazione per la realizzazione di una Volta di Luce, nella stessa Galleria, per un valore di 36mila euro. 

Più il luogo risplende, più il Comune intasca. Il decoro paga, diventa ricchezza, fattore di sviluppo. C’è una soglia minima di decoro - ma anche di prevenzione, di sorveglianza degli spazi pubblici - al di sotto della quale una città, e chi la amministra, non dovrebbe mai scendere. A Napoli, finanche nei luoghi invasi tutto l’anno dai turisti, questa soglia continua ad arretrare; la sorveglianza che dovrebbe essere garantita giorno e notte non è garantita né di giorno né di notte, né in Galleria Umberto né in altri luoghi simbolo della città. La penosa situazione economica e finanziaria in cui versa il Comune, sull’orlo del dissesto, è figlia di questo scempio. E di questo tempo immobile di cui siamo tutti, cittadini e cronisti, testimoni più o meno assuefatti.

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