Lavoro al Sud, l’allarme Svimez:
«A rischio un posto su cinque»

Mercoledì 15 Luglio 2020 di Nando Santonastaso

Dopo il lockdown c’è il fondato pericolo che il Mezzogiorno sia condannato a misure di assistenza pure necessarie ma non utili alla ripartenza perché non accompagnate finora da un serio piano di investimenti pubblici, necessario peraltro anche a far ripartire il Paese. L’impatto sull’occupazione, che già durante la fase calda della pandemia era stato valutato in un crollo di circa il 20%, scoraggiati compresi, rischia di andare ben oltre questa soglia dal momento che le previsioni di ritorno al lavoro di molti cassintegrati possono essere inferiori alle previsioni, senza dimenticare che il passaggio dal Reddito di cittadinanza alla creazione di nuovi impieghi appare ancora lontanissimo. 

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IL RAPPORTO
È attorno a questi ragionamenti di scenario che la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola, sta continuando a lavorare nei giorni in cui, come avveniva da anni, avrebbe presentato le anticipazioni del suo Rapporto annuale. Quest’anno l’appuntamento salta (ci sarà probabilmente una conferenza stampa prima della pausa estiva di agosto) ma non l’aggiornamento e, appunto, la previsione di ciò che di qui a fine anno potrà accadere nel Mezzogiorno.

È un lavoro in gran parte sconosciuto al passato ma la disponibilità di un modello econometrico già da anni sperimentato e in più l’acquisizione dei dati regione per regione sulle misure di assistenza decise dal governo offrono sicuramente alla Svimez elementi concreti e inediti di valutazione. Sembra scontato, ormai, che l’ipotesi di un calo del Pil 2020 che originariamente l’Associazione aveva calcolato nel 7,8%, un dato di poco inferiore alla prima previsione del governo su scala nazionale (8,1%) sarà rivista. La diminuzione della crescita al Sud sarà sicuramente maggiore anche se apparentemente un’area meno sviluppata a livello industriale poteva far pensare al contrario. In effetti, ragiona la Svimez, è proprio la mancanza di un Piano di sviluppo sul quale concentrare, nella seconda parte dell’anno, poche ma decisive priorità a rendere il futuro anche a medio termine incerto e confuso. 

ASSISTENZA
Di qui la prospettiva che continueranno a prevalere logiche assistenziali e non input specifici allo sviluppo che pure al Sud avrebbero maggiori occasioni di riuscita, visti i ritardi accumulati negli anni. A partire, ad esempio, dalla piena attuazione delle Zes, da tre anni sulla rampa di lancio ma ancora non decollate, con ricaschi potenziali enormi anche in termini di rigenerazione urbana e di semplificazione amministrativa, già prevista dalla legge («Sarebbero un’occasione enorme per lo stesso comparto dell’edilizia, dove il tasso di lavoro sommerso è altissimo: la bonifica dei retroporti, si pensi ad esempio a Napoli, e il rilancio di quattro porti meridionali darebbero occupazione a migliaia di addetti solo in questo settore» ha detto di recente lo stesso Giannola ai costruttori napoletani). O a partire dall’accelerazione dei cantieri infrastrutturali di cui pure il governo ha annunciato il valore strategico ma che sul piano burocratico sono ancora frenati da troppi passaggi e dall’assenza di progetti esecutivi. O dal Mes che, spiega ancora Giannola, «andrebbe speso interamente al Sud visto che la sanità pubblica qui è decisamente più indietro».

INVESTIMENTI 
In una parola ora tocca allo Stato perché sono gli investimenti pubblici l’antica e oggi ancor più attuale strada per far ripartire il Mezzogiorno e il Paese. Occorre coraggio politico, però, insiste la Svimez e su questo punto i dubbi si sprecano specie dopo gli Stati generali, anche se uno strumento come il Piano straordinario 2030 per il Sud potrebbe essere un buon punto di partenza. Ma sempre a patto che, ragiona la Svimez, punti ad obiettivi realizzabili in poco tempo e condivisi dall’Europa che presterà i suoi soldi a condizione che si possano ben spendere. 
Preoccupa, in ogni caso, l’impatto occupazionale e sociale (con un tasso di disoccupazione non ufficiale più vicino al 30%) considerato che nel Mezzogiorno il peso del lavoro sommerso non è mai stato trascurabile e che il tentativo di farlo riemergere anche attraverso misure straordinarie, come il Reddito di emergenza, presenta molte incognite.

Che ne sarà delle centinaia di migliaia di persone che, finita l’assistenza, potrebbero tornare alla condizione di partenza, senza cioè un lavoro stabile e regolarmente retribuito? Di qui a rivedere il ruolo del Reddito di cittadinanza il passo è breve, visto che per il momento anche questa misura copre solo l’aspetto emergenziale della condizione di milioni di persone. Abbandonare l’idea che possa servire a creare un’occupazione, ragiona la Svimez, vuol dire mettere in campo una serie di proposte che ne potrebbero limitare la funzione alla sola assistenza alle famiglie e non ad altri obiettivi. Né basterà ricostruire un ambiente favorevole alle imprese private se non ripartirà in fretta la spesa pubblica in conto capitale: lo sa perfettamente il Mezzogiorno che ha visto crescere il divario proprio a causa del crollo della spesa pubblica per investimenti tra il 2008 e il 2018, al punto che, come ricordava l’Istat nei giorni scorsi, non ha ancora potuto recuperare circa 250mila posti di lavoro persi in quel periodo. 

Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 15:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA