Contromano in Tangenziale nella città dell'anarchia

Martedì 14 Gennaio 2020 di Fabrizio Coscia
La notte di follia in Tangenziale di sabato notte con la carovana di motorini contromano è l’immagine perfetta, nella sua simbolica drammaticità, di una città prigioniera della sua stessa assenza di regole. I greci antichi la chiamavano hybris: un peccato di tracotanza, una colpa di eccesso, di superbia (tipica di chi non riconosce alcuna legge al di sopra di se stesso), pagati inevitabilmente con la nemesi, ovvero la vendetta degli dèi, che ricadeva sul colpevole o sulle generazioni successive. Ora, si potrebbe facilmente riconoscere un dato di fatto: chi commette questa colpa è qualcuno che, per ricorrere a una terminologia psicanalitica, non ha sviluppato un Super-Io adeguato, una censura interiore, una norma di comportamento; è qualcuno, cioè, che vive nella presunzione di poter agire secondo i propri istinti, senza dar conto a nessuno; qualcuno che non riconosce, direbbe Freud, il «principio di realtà». 

Gli autori di questo gesto scellerato - correre contromano sugli scooter in tangenziale - qualunque sia stata la motivazione (semplice bravata, inseguimento per un regolamento di conti, o chissà che altro) sono effettivamente individui accecati dalla hybris, incapaci di riconoscere i limiti che la realtà, piaccia o non piaccia, ci pone. Lo stesso Freud, quando scrisse uno dei suoi testi capitali, «Il disagio della civiltà», nel 1930 (ma il titolo originale è, più coerentemente: «Il disagio nella civiltà»), spiegava l’importanza della rinuncia al «principio di piacere», a quel senso di felice onnipotenza che ci dà il soddisfacimento dei nostri istinti, alle pulsioni dell’Es, per poter istituire la civiltà, per fondare cioè quel patto di convivenza civile che ci permette di progredire. 

Il prezzo da pagare è, appunto, il «disagio» (la nevrosi, l’infelicità) derivante dalla repressione degli istinti. Ma è un prezzo necessario, perché l’alternativa è il caos, la libertà anarchica dove si può correre in autostrada contromano mettendo a repentaglio la propria e l’altrui vita (o si possono aggredire i sanitari e sequestrare un’autoambulanza, o trasformare il cortile dello storico palazzo di un’altrettanta storica Accademia in un parcheggio selvaggio, solo per citare i più recenti casi di cronaca). Che cosa succede, dunque, quando la censura, la repressione vengono a mancare? Quando le regole della convivenza civile sono ignorate? Succede che il «disagio della civiltà» non esiste più, perché non esiste più la civiltà. Esiste, invece, quello sì, il disagio dell’inciviltà, per coloro che sono costretti a subirla, rassegnati o spaventati. 

Napoli appare, oggi, come il teatro di questa corsa contromano, distruttiva e autodistruttiva, di questa folle corsa contro la Storia, contro la civiltà, perché è una città senza regole, senza Super-Io, una città, cioè, dove i cittadini sono tutti, chi più chi meno, colpevoli di una cupa tracotanza, nella peggiore delle ipotesi, e di un’allegra strafottenza, nella migliore, incapaci di darsi dei limiti, poiché non hanno introiettato il senso del dovere, non riconoscono la necessità di accettare quel compromesso - quel «disagio» - per un patto di corresponsabilità che solo può permettere la convivenza. 

Ma chi dovrebbe favorire la formazione di una coscienza critica, di una consapevolezza dei limiti da rispettare? Se per Freud è la figura paterna a incarnare la Legge, in una società in cui il Padre è assente, evaporato, o al contrario è presente come modello negativo, deviante, la responsabilità non può che ricadere sulle istituzioni: lo Stato, e i suoi rappresentanti, hanno il compito di educare i cittadini, da un lato (con le politiche scolastiche e culturali), e di punirli se trasgrediscono le regole, dall’altro. Laddove latitano invece anche le istituzioni, resta il posto solo per l’anarchia, l’illegalità, la spavalderia guappesca, che a Napoli fanno molto folclore, è vero, ma condannano la città allo sbando, e a una nemesi che prima o poi ricadrà, inesorabilmente, sulle sue generazioni future.
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