Caso Battisti, la Camera penale denuncia Bonafede e il M5S scarica il ministro

Giovedì 17 Gennaio 2019 di Simone Canettieri

«Eppure l'intento era nobile: volevo rendere onore alla polizia penitenziaria», ragiona il Guardasigilli con il suo staff. Ma il video dell'arresto di Cesare Battisti pubblicato su Facebook dal ministro Alfonso Bonafede ormai si è trasformato in un autogol. E anche un fatto positivo e storico - come la fine della latitanza di un pluriomicida - diventa una vittoria mutilata, che non unifica, ma divide. Prevale il metodo, dal merito.

Perché la competizione alla «trofeizzazione» del catturato è un momento che non aggiunge nulla al lavoro svolto dai Servizi e dalla polizia, che pure marciano disuniti nel rivendicarne la conquista (in molti hanno notato l'assenza del capo della polizia Franco Gabrielli non era a Ciampino). L' ansia da ostensione di Battisti dunque porta il ministro M5S, che nella vita è anche un avvocato, a scavalcare sul piano social mediatico l'alleato Matteo Salvini. Dimenticandosi così dei diritti dell'arrestato, al di là di chi esso sia. La Camera penale di Roma è pronta a presentare un esposto. Il sindacato dei penalisti romani, presieduto da Cesare Placanica, si rifà all'articolo 42 bis dell'ordinamento penitenziario che prevede che «nelle traduzioni sono adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità».
 
Sul caso del video-spot (Una giornata che difficilmente dimenticheremo con tanto di musica piena di pathos) prendono posizione sia il vice presidente del Csm, David Ermini, sebbene parlando a titolo personale, sia il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Matteo Renzi attacca: «Lo show mediatico ha messo a repentaglio anche l'identità di un agente sotto copertura». Da via Arenula dicono che non è così, e il poliziotto che si copre il viso nelle immagini, non rientra in questa categoria. Ma poco cambia. Perché alla fine, la lunga e brillante operazione-lampo figlia di un'intesa tra la Bolivia e il Brasile (anche sul fronte economico) e della nuova spinta del governo Bolsonaro a porre fine a questa brutta pagina di impunità, si annacquano tra i like. Bonafede, nel mirino da 48 ore, anche ieri sera ha ripetuto ai suoi collaboratori che voleva dare atto al corpo che sovrintende anche «perché tra le vittime dell'ex Pac c'è stata pure una guarda carceraria: volevo chiudere un cerchio». Con il risultato di rischiare di svilire tutta la portata dell'operazione. Ieri non si è levata una voce nel M5S in difesa del Guardasigilli. Anzi, c'è chi come il deputato grillino Andrea Coletti dice che non «andava fatto» e che certe cose «andrebbero lasciate a Salvini». Ma i rischi collaterali della competizione perenne dentro al governo, hanno portato in questo caso alla corsa dello scalpo. La «trofeizzazione», appunto. Salvini tace, anche se l'altra sera ha partecipato proprio a una cena con il gotha della magistratura e dei giuristi, nel nome del garantismo e di una giustizia più giusta (Bonafede non c'era). Jacopo Morrone, sottosegretario del Carroccio, dribbla i commenti: «Oggi mi sono occupato di legittima difesa e della scuola della polizia penitenziaria. Ah, l'altra sera sono andato alla cena con Matteo, io...». Gli ex ministri della Giustizia pungono. Roberto Castelli dice che lui la clip «non l'avrebbe fatta: ho speso molto tempo da ministro per farlo estradare, non ne avrei perso tempo per andare all'aeroporto». Claudio Martelli: «Manca soltanto la danza dei pellerossa attorno al totem». Clemente Mastella: «Disgustoso». Cronaca minima di un'occasione persa.

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