Pugile morto a Ponza, la sorella: «Gianmarco è stato ucciso, lo provano i segni sul corpo»

Lunedì 30 Novembre 2020 di Rita Cammarone

«Chiediamo verità sulla morte Gimmy, mi batterò fino all'ultimo. La Procura di Cassino faccia luce su tutte le incongruenze, aveva solo 27 anni. Hanno voluto farci credere a un incidente, capitato mentre correva in preda a una crisi paranoica provocata da stupefacenti. Caduto accidentalmente da un'altezza di neanche tre metri. Un drogato morto, senza neanche il diritto all'autopsia». Questo lo sfogo di Martina Pozzi, 35 anni, sorella di Gianmarco, conosciuto come Gimmy, campione di kickboxing, morto la mattina del 9 agosto scorso a Ponza. Martina è una giovane madre, nata e cresciuta a Roma nel quartiere Statuario, zona Capannelle, dove tutt'ora vive la sua famiglia, la sorella Alice e i genitori Paolo e Paola. Da qualche anno si è trasferita a Frascati dove anche suo fratello aveva preso un'abitazione per sé. Non si dà pace, Martina, e mostra le foto di Gimmy con il volto sorridente, i video dedicati alle sue nipotine, le sue figlie. La Procura di Cassino ha aperto un'inchiesta sulla morte del fratello, il sostituto Maria Beatrice Siravo ha incaricato il consulente tecnico Fabiano Querceto per l'esame dell'iPhone di Gianmarco Pozzi. 

Perché non crede che suo fratello fosse così fuori di sé da cadere e perdere la vita?
«Il titolare della discoteca dove faceva il buttafuori mi ha detto che mio fratello stava benissimo, era lucido. Altre persone che lo hanno frequentato in quei giorni mi hanno assicurato che era tranquillo. E poi, che vuol dire? Sulla morte di un ragazzo che fa uso di droghe non vale la pena fare un'autopsia? Mio fratello era un buono, disponibile sempre per tutti. Non meritava tutto ciò».

C'è un fascicolo aperto contro ignoti per omicidio, cosa c'è nelle indagini che non la convince?
«Diverse cose, il telefono, ad esempio, è stato trovato nella zona in cui è stato trovato morto mio fratello, ma non accanto al suo corpo. Un'ultima chiamata alle 11 e tanti messaggi non letti. So per certo che fino a poche settimane fa il cellulare non è stato esaminato. I carabinieri di Formia mi hanno chiesto le date di nascita delle mie figlie per vedere se riuscivano a risalire alla password. Assurdo».

Attraverso i vostri legali, coordinati dall'avvocato Fabrizio Gallo, avete chiesto l'esame del Dna su alcuni oggetti, perché?
«Durante l'esame esterno sul corpo di mio fratello è stato repertato un sacchetto, contenente uno stuzzicadenti, quattro mozziconi di sigaretta, uno scontrino di luglio e pezzi di scottex. Di chi era questa roba e perché stava nelle mutande di mio fratello? Non abbiamo ancora riscontri sulla richiesta di accertamento».

Pensa che suo fratello non fosse da solo in quella folle corsa nel campo di rovi?
«È difficile immaginare Gimmy che scappa senza un perché. Chi ci dice che non fosse inseguito? Insieme alla dottoressa Roberta Bruzzone, nostra consulente, abbiamo trovato durante un sopralluogo in ottobre una scarpa da ginnastica di numero diverso da quello di mio fratello. E' possibile che nulla abbia a che vedere con la morte di Gimmy, ma perché non è stata repertata dai carabinieri? Gliela abbiamo consegnata noi».

Ci sono dubbi anche sull'orario del decesso?
«Quando sono andata a Ponza il giorno dopo la tragedia, mi è stato detto che della morte di un ragazzo, ancora non identificato, si sapeva già dalle 9,30. Invece, l'ambulanza è stata chiamata alle 11, quando i proprietari dell'abitazione hanno sentito il tonfo nell'intercapedine; il corpo presentava già rigor mortis. Se alle 11 è stato sentito il tonfo, come mai dopo pochi minuti era già rigido? La frattura dell'osso del collo è avvenuta quando era ancora in vita o post mortem? La schiena era piena di spine, come se lo avessero trascinato in mezzo ai rovi. Aveva un dente spezzato, un'unghia del piede mancante e un vistoso scalpo. Ma l'autopsia non è stata fatta».

Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre, 07:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA