Afghanistan, Ahmadi: «A Kabul la speranza è morta, io sono scappata e vivo a metà se penso a chi è rimasto»

Domenica 5 Settembre 2021 di Ugo Cundari
Afghanistan, Ahmadi: «A Kabul la speranza è morta, io sono scappata e vivo a metà se penso a chi è rimasto»

Prima di lasciare Kabul, due settimane fa, l'imprenditrice 32enne Zahra Ahmadi ha preso parte alla manifestazione contro l'avanzata dei talebani, dai quali già era stata minacciata di morte. Poi, con l'ingresso dei miliziani nella capitale afghana, si è nascosta con alcune amiche in un appartamento e il giorno dopo, grazie al ponte aereo organizzato dalla Farnesina, è riuscita ad abbandonare il Paese. Lì ha lasciato tutto, la casa, i due ristoranti che gestiva, i suoi affetti, adesso continua la battaglia per i diritti delle donne rimaste nel paese testimoniando la sua esperienza. Ieri nell'ambito del Premio Ischia internazionale di giornalismo, Ahmadi ha ricevuto il Premio Cultura Italia e per i diritti umani, che ha dedicato alle donne del suo paese.

Ahmadi, anche lei pensa che la presenza degli occidentali in Afghanistan in questi venti anni non sia servita a niente?
«Ci ha portato opportunità, possibilità di intraprendere un cammino sacrosanto verso l'emancipazione e stavamo quasi arrivando alla conclusione quando poi in pochi giorni è stato rovinato tutto. Per venti anni abbiamo camminato insieme a voi, ci siamo impegnati e abbiamo immaginato un futuro di pace. Poi, a una velocità esponenziale, siamo stati abbandonati e siamo rimasti soli. Tutti gli sforzi compiuti sono morti. Avete ucciso la speranza».

Cosa ha portato con sé?
«Sono partita con due piccoli zaini, tutto il resto è rimasto lì, compresa una parte di me che mi fa sentire viva per metà. Oggi ho paura. Per me e per le persone che ho lasciato. Vivo in un incubo come tutti i miei connazionali. Ci avete illusi».

I talebani sono diversi da quelli di un tempo?
«Faccio io una domanda a voi italiani: se per trent'anni un gruppo terroristico uccide bambini di un mese e vecchi di ottant'anni e compie violenze di ogni genere in nome di un ideale, e se in questo ideale quella gente continua a credere, come pensate che possa cambiare in tre giorni? I talebani che hanno imparato a muoversi e a parlare davanti a microfoni e telecamere, che scimmiottano il linguaggio democratico e si esibiscono in sorrisi distensivi sono finti. Il talebano autentico vuole uccidere il suo popolo».

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Nessuna speranza?
«Nessuna, e se qualcuno crede a questa messinscena sta diventando loro complice».

La comunità internazionale come può aiutare il suo Paese?
«Isolando i talebani, non facendo alcun accordo con loro di nessun tipo. Il mondo ha il dovere di non riconoscere i talebani, chi lo fa ferisce ancora una volta la dignità degli afghani. Bisogna pensare a salvare chi è ancora a rischio, soprattutto gli attivisti, i collaboratori delle ong e le donne che hanno lavorato per far rispettare i loro diritti. L'Italia e gli altri paesi occidentali devono continuare a dare la possibilità a quelle persone di partire. Aprite nuovi corridoi umanitari».

Come continuerà a lottare per le donne afghane?
«Benché mi senta ancora sotto shock per quello che è successo so che non mi fermerò mai, manterrò sempre alta l'attenzione su di loro, non mi stancherò mai di denunciare e chiedere aiuto, parlerò in ogni occasione della condizione delle donne afghane».

Che è tornata quella di un tempo?
«Anche se non arrivano notizie di violenze fisiche le madri, le mogli, le sorelle afghane sono tutte recluse in casa per paura. Le donne afghane sono oggi tutte carcerate in una gabbia che si chiama casa, oltre la quale ci sono uomini che non aspettano altro che avere una scusa per punirle».

Come si immagina l'Afghanistan tra cinque anni?
«Tutto dipende da come saranno trattati i talebani dagli altri Paesi. Il futuro dell'Afghanistan è ancora in mano a voi. La situazione può ancora peggiorare. Personalmente mi auguro che dalla mia terra spariscano le facce di tutti i talebani».

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