Pompeo come Kissinger? E Trump “il saggio” frena su Corea, Iran e Venezuela

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di Luca Marfé

Pompeo come Kissinger?

Potrebbe sembrare una battuta o comunque una forzatura. E invece potrebbe essere la Storia.

Già, perché nella storia degli Stati Uniti è successo una sola volta che l’incarico di segretario di Stato e quello di consigliere per la Sicurezza nazionale si siano combinati nella stessa persona: era il 1973, era Henry Kissinger, appunto.


(Un’immagine di archivio di Henry Kissinger che, dopo aver giurato come 56esimo segretario di Stato, sorride al presidente Richard M. Nixon)

Donald Trump ha silurato il “falco” John Bolton con un tweet e adesso quella casella è libera. Altri nomi non ne circolano, più che di consigli, il tycoon ha bisogno di conferme. L’elenco dei licenziamenti è lungo, il cerchio si restringe attorno al presidente che potrebbe dunque avere l’interesse di blindare i suoi e basta.

Mike Pompeo, per quanto non sempre la pensino allo stesso modo, è uno dei suoi.

Bolton nel frattempo sbotta e ci tiene a far sapere che in realtà è stato lui a dimettersi.
Ma al di là della querelle dell’orgoglio tra i due, l’atteggiamento di Trump è già mutato su tutto il fronte Esteri.

«Fosse dipeso da John, avremmo già scatenato due o tre guerre», aveva dichiarato qualche settimana fa in una conferenza stampa sorridendo, ma senza troppo scherzare.



In particolare, l’ex braccio destro di Bush ai tempi del disastroso intervento iracheno aveva nel mirino la Corea del Nord, l’Iran e il Venezuela. Fino alla soglia del conflitto armato e oltre.

Ora Trump, appena all’indomani del suo allontanamento, già prova a raffreddare tutti i dossier.

La sola notizia del congedo ha fatto calare nel giro di pochi minuti il prezzo del petrolio di 2,2 punti percentuali.
Questo in virtù del fatto che siano di colpo crollate le possibilità di uno scontro frontale con l’Iran.

Buone notizie, dunque. Un po’ meno per i venezuelani che in un’ingerenza (persino in un’invasione) degli yankee addirittura ci speravano.

Con la Corea del Nord, invece, il pallino del gioco torna nelle mani della diplomazia dove «si sta lavorando ai livelli più alti», come confermato proprio da Trump tra le mura dello Studio Ovale.

Insomma, un presidente tutto sommato assai più saggio di quello descritto un po’ a casaccio come guerrafondaio, spesso per meri pregiudizi di natura politica.

Di guerre non ce ne saranno, a Trump interessa dell’America e dell’America in particolare gli interessa l’economia.

È lì che si giocherà, e lui lo sa, una grossa fetta della rielezione del prossimo anno.

Più che i vari Kim-Jongun, Rouhani e Maduro, lo preoccupano le nubi di recessione che si stagliano all’orizzonte di un futuro imminente che sarà decisivo per lui e per la sua nazione.
Giovedì 12 Settembre 2019, 18:17 - Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 06:31
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