Autonomia del Nord, il silenzio dei 5stelle

Lunedì 15 Ottobre 2018 di ​Gianfranco Viesti
Nella disattenzione generale, avanza il progetto leghista di garantire maggiori risorse alle regioni Lombardia e Veneto, e maggiori diritti di cittadinanza ai loro cittadini, a spese di tutti gli altri italiani. Una vera e propria “secessione dei ricchi”: non in una accezione astratta, ma in una declinazione concreta. L’obiettivo è perseguito, con coerenza, da almeno due decenni. Ma ha preso nuovo slancio con i referendum che si sono tenuti un anno fa, e poi con il recente cambio di governo. In particolare la Regione Veneto sta facendo da battistrada con le sue richieste. Se fossero soddisfatte, nulla potrebbe poi impedire di estenderle innanzitutto alla Lombardia e poi alle altre regioni del Nord, già in coda.
Di che parliamo? La Regione chiede maggiore autonomia, ed un passaggio di competenze, su tutte le 23 materie per cui questo è teoricamente possibile in base alla Costituzione. Gli ambiti sono amplissimi, dalla previdenza complementare alle Soprintendenze, dalle autorizzazioni per le grandi infrastrutture all’istituzione di una zona franca. Toccano e stravolgono i grandi servizi pubblici nazionali. Si chiede la regionalizzazione della scuola: gli insegnanti dovrebbero diventare dipendenti della Regione, che ne regolerebbe stipendi e carriere (e mobilità territoriale), e stabilirebbe la programmazione dell’offerta formativa, così come il diritto allo studio e l’offerta universitaria. Si chiede di arrivare ad una totale regionalizzazione della sanità, eliminando gli elementi di garanzia del sistema sanitario nazionale. Non si tratta quindi di richieste specifiche, ma di un profondo ridisegno dell’Italia attuale e dei suoi grandi servizi pubblici. 
Al trasferimento di queste assai estese competenze, la Regione Veneto chiede che faccia da contraltare una attribuzione di risorse economiche molto maggiore rispetto alla situazione attuale. Non si tratta, cioè, di esercitare l’autonomia spendendo sul territorio quanto oggi spende lo Stato; ma di rivendicare un trattamento molto più favorevole. Il che è da sempre l’obiettivo: esplicito, sbandierato. Questo avverrebbe con l’applicazione di un sistema di “fabbisogni standard” basato anche sul gettito dei tributi maturato nel territorio regionale. In pratica, un meccanismo eversivo dei principi costituzionali di eguaglianza, in base al quale chi risiede nelle regioni in cui ci sono più contribuenti ricchi, ha diritto ad un maggiore finanziamento dei propri servizi. Ora, è del tutto evidente che, a parità di risorse pubbliche, questo aritmeticamente significa minore disponibilità di finanziamento dei servizi pubblici nelle altre regioni, in particolare quelle a minor reddito. Non si stabilisce prima un quadro nazionale a cui tutti devono adeguarsi: con la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per tutti gli italiani, pur previsti dalla Costituzione; ma si procede con la definizione di principi di favore ad hoc, di cui tutti pagheranno poi le conseguenze; ben evidenziate, ad esempio, nel Rapporto sulla Finanza Pubblica Italiana appena edito dal Mulino.
È in corso una trattativa nella quale i diritti e le ragioni dei cittadini italiani, che sarebbero colpiti da questo processo, sono in teoria difesi dal ministro per gli Affari Regionali: una esponente leghista veneta, il cui profilo twitter è corredato dal Leone di San Marco, e che non ha fatto mai mistero di condividere in toto le richieste regionali. Che ha ripetutamente dichiarato, nelle ultime settimane, che si è vicini all’obiettivo di trattenere in Veneto i 9/10 del gettito delle tasse, sottraendolo agli altri italiani. Il provvedimento sta per approdare in Consiglio dei ministri, per essere poi sottoposto ad un voto parlamentare. Se il voto dovesse essere favorevole, il processo diverrà inarrestabile. Si ricordi che quanto fatto per il Veneto, potrà poi essere realizzato anche in altre regioni. 
Il vicepresidente Salvini ha dichiarato il 30 agosto al TgR Veneto che «quando arriva io non la discuto nemmeno. I Ministri della Lega non avranno problemi a sganciare soldi e competenze, e saremo abbastanza bravi da coinvolgere e convincere anche i Ministri 5 Stelle». E invece è proprio il caso di discuterne: come ad esempio si farà stamattina presso l’Unione industriali di Napoli: giustamente assai preoccupata per le ripercussioni di questo processo sui propri iscritti, ed in generale sull’economia e la società campana. Sarebbe, tanto per cominciare, interessante capire che cosa ne pensa il Movimento 5 Stelle. Che proprio nelle regioni del Centro-Sud – principali vittime dell’operazione – ha ottenuto i maggiori consensi; e che certo non può immaginare che il suo “reddito di cittadinanza” sia sostitutivo di “diritti di cittadinanza”, all’istruzione, alla salute, che si vanno riducendo. L’obiettivo dell’autonomia è presente tanto nel Contratto di governo quanto nel testo della Nota di aggiornamento del Def; ma presentato in forma asettica: come se fosse un passaggio tecnico e non una vera e propria rivoluzione, dei servizi e dei diritti. C’è da chiedersi quanto gli esponenti pentastellati che l’hanno sottoscritto fossero consci di tutte le sue implicazioni. Ma ora, approssimandosi il passaggio in Consiglio dei Ministri e poi quello parlamentare, le posizioni vanno rese esplicite. Caro Vicepresidente Di Maio, lei è d’accordo con un provvedimento che renderà diverso, per principio, il diritto all’istruzione di un bambino veneto e di un bambino campano?
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