Docenti e istruzione, così l'autonomia spacca la scuola

Giovedì 11 Luglio 2019 di Nando Santonastaso

Fa un certo effetto, nel giorno in cui è stato reso noto l'esito dei test Invalsi, leggere le bozze dell'intesa sull'autonomia differenziata presentate da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna a maggio e diffuse da qualche ora. Perché in tema di istruzione (oltre che di università e ricerca) aiutano paradossalmente a capire meglio cosa succederebbe agli studenti del Sud, giudicati dai test insufficienti in matematica e inglese, se passasse la regionalizzazione della scuola, punto nevralgico del confronto in corso al governo (domani l'ennesimo vertice).
 
Perché il diritto allo studio sancito dalla Costituzione, compreso l'obbligo di migliorare le conoscenze là dove sono meno robuste (vedi Invalsi), sarebbe sempre più una corsa ad handicap. Chi ha più risorse e può persino permettersi di stabilire organici e programmazione adeguati alle esigenze del territorio, come nel caso delle tre Regioni, scaverebbe un fossato a dir poco incolmabile con chi quelle opportunità non può averle. Basta leggere le bozze per averne la conferma. E il fatto che si tratta sempre di documenti non ufficiali vuol dire poco: le bozze di maggio sono molto simili a quelle comparse a febbraio e dunque il sospetto che, in materia di istruzione, la linea autonomista sia ormai univoca sembra già una certezza. E il fatto che le proposte di Lombardia e Veneto siano tra di loro sovrapponibili la rafforza sicuramente.

I capisaldi dei due testi, del resto, lo dimostrano. A partire dagli articoli 11 e 12, rispettivamente delle proposte lombarda e veneta, che sanciscono la competenza delle due Regioni nella regolamentazione dei trasferimenti del personale degli Uffici scolastici regionali, dei dirigenti scolastici e degli insegnanti dei rispettivi territori. Si disegna, a conti fatti, un modello simile a quello già in atto nel Trentino Alto-Adige: una scuola differenziata richiamata dallo stesso ministro dell'Istruzione Bussetti, dove la scuola passa nelle mani della politica regionale. L'art. 11 della proposta lombarda, infatti, preso atto delle nuove competenze da attribuire alla Regione indicate all'art. 10 (potestà legislativa, organizzazione del sistema di istruzione e formazione, formazione dei docenti e relative risorse, fabbisogni di personale docente e così via) annuncia che «sono trasferite alla Regione le competenze, le risorse umane, finanziarie e strumentali dell'Ufficio scolastico regionale e degli Uffici di Ambito territoriale». Inoltre, «il personale degli Uffici transita nei ruoli regionali, fatta salva la facoltà di permanere nei ruoli dell'amministrazione scolastica centrale». Il personale che accetta di regionalizzarsi deve restare in questo ruolo per almeno 3 anni mentre per i dirigenti scolastici, anch'essi regionalizzati, sarà istituito uno specifico ruolo regionale. E ancora: «La Regione Lombardia definisce annualmente il fabbisogno di personale docente, tecnico, educativo, amministrativo da inserire nei ruoli regionali». Quanto alle risorse, la proposta di Milano conferma che le modalità di trasferimento verranno definite con un Decreto del Presidente del Consiglio («da adottare d'intesa con la Regione e sentite le organizzazioni sindacali»). In ogni caso, «alla Regione sono garantite risorse almeno pari quelle impegnate dallo Stato per la corresponsione del trattamento economico maturato all'atto del trasferimento nei ruoli regionali». La bozza di intesa del Veneto non si discosta di molto. Lo schema è praticamente simile. Ma la Regione si autotrasferisce anche «la competenza ad attribuire gli incarichi dei dirigenti degli Uffici di ambito territoriale e dei Dirigenti scolastici che abbiano scelto di mantenere l'appartenenza ai ruoli statali». E inoltre stabilisce «periodiche procedure concorsuali, sulla base del fabbisogno annuale previsto e di un sistema di reclutamento in grado di mantenere uniformità con il sistema nazionale. Il personale assunto all'esito di queste procedure è iscritto nei ruoli regionali». Come per la Lombardia, anche il Veneto istituisce i ruoli regionali del personale delle istituzioni scolastiche in cui confluisce «non solo l personale di nuova assunzione ma anche quello proveniente da graduatorie ad esaurimento e da graduatorie concorsuali regionali degli idonei ancora utilizzabili». E come per l'altra Regione, anche il Veneto si attribuisce «le modalità di valutazione del sistema educativo regionale di istruzione e formazione anche mediante l'introduzione di ulteriori indicatori di valutazione legati al contesto territoriale» (ferma restando la competenza dell'Invalsi, si specifica).

Appena più defilata l'Emilia-Romagna che non a caso ha chiesto l'autonomia solo su 16 materie rispetto alle 23 delle altre due Regioni. Ma anche a Bologna in materia distruzione si sollecitano l'organizzazione della rete scolastica, la programmazione della dotazione degli organici, la realizzazione di un sistema integrato di istruzione del secondo ciclo e di istruzione professionale, e così via.

Come possa conciliarsi tutto questo con l'impegno assunto dal premier Conte con i sindacati di mantenere l'unitarietà nazionale della scuola è difficile capirlo. Di sicuro le bozze all'esame del governo hanno suscitato ulteriori e motivate reazioni negative, come quella apparsa sul sito Roars che ha per primo diffuso le bozze stesse: «Riduciamo le catene di comando, controlliamo gerarchicamente i docenti (mettendo a guardia dirigenti amministrativi e dirigenti scolastici, immediatamente dipendenti regionali) e il loro insegnamento. Facciamo (definitivamente) della scuola l'organo di governo della conoscenza e del mercato del lavoro regionale. L'intesa con il sindacato diventa ora carta straccia».

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