«Didattica stravagante, così
la scuola cancella l'Italiano»

Venerdì 12 Luglio 2019 di Donatella Trotta
«Sciatti, senza lingua, e ultimi in graduatoria»: così il linguista e presidente della Crusca Claudio Marazzini intitola un paragrafo della sua appassionata analisi (e difesa) del nostro idioma in «L'italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua» (Rizzoli), commentando i preoccupanti risultati dell'indagine Ocse (Piaac Isfol 2013) sulle gravissime difficoltà di molti italiani nella capacità di comprensione dei testi scritti. E a leggere gli ultimi dati delle prove Invalsi (per i quali il 35% dei ragazzi di terza media non comprende un testo in italiano), inevitabile interpellarlo sullo stato di salute della lingua: tra le più colte, raffinate e amate all'estero ma a serio rischio nelle competenze (attive e passive) degli italiani.

Professore, come commenta i dati Invalsi?
«Purtroppo confermano, nella sola prospettiva giovanile, i dati di una inchiesta chiave più ampia: quella Ocse 2013, ancora attuale, che usò anche Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell'Italia repubblicana, su tutta la vita dei cittadini, dalla stagione della formazione alla vita lavorativa, fino ai 65 anni. È una storia annosa, di analfabetismo di ritorno, di bassi indici di lettura e di conseguenza di scarsa capacità di comprensione linguistica. Uno scenario in cui le donne e le ragazze mostrano maggiori competenze».

Perché sono lettrici più forti, secondo i dati Istat. Ma come giudica la validità dei test Invalsi?
«Li ritengo uno strumento importante per tentare di valutare in maniera omogenea i risultati reali del Paese rispetto a questi temi cruciali. E sarei favorevole, anche se so che molti insegnanti non sono d'accordo, ad un uso valutativo dell'Invalsi, per tastare il polso della situazione».

 

Dai dati emerge un vistoso divario tra Nord e Sud: una questione meridionale della comprensione dell'italiano, della matematica, dell'inglese (Campania, Calabria, Sicilia tra le regioni più segnate da questa povertà educativa). Quali, a suo avviso, le cause?
«Parlo da accademico: accanto alle politiche culturali del Paese, scuola e università giocano un ruolo determinante in questa situazione. Finché la scuola correrà dietro a luoghi comuni e disperderà la didattica in miriadi di Pof (piani di offerta formativa) diversificati in progetti straordinari, attenti più alla socializzazione e ai tablet che ai compiti primari dell'istruzione, ossia l'educazione alla lingua e ai numeri, i risultati non miglioreranno. Non si può inseguire il modello anglosassone distruggendo l'unità classe e il senso di comunità, tipico del modello italiano: persino i Bes (bisogni educativi speciali), nati con un nobile intento, in pratica hanno creato problemi incredibili a docenti costretti, a ogni minima difficoltà degli alunni spesso patologizzati dalle famiglie stesse, a impegnarsi in diversi progetti individualizzati. Il rischio è che la scuola diventi una fiera con esperienze stravaganti. Ho sentito di un Pof che ha inserito un (costoso) corso di vela: hanno partecipato solo 5 ragazzi. Anche questo crea discriminazioni».
Il ruolo delle famiglie, soprattutto nel Sud con i tassi più alti di evasione scolastica, ha il suo peso?
«Certo. Le famiglie sono lo specchio di una situazione che denuncia un retroterra culturale arretrato, nel quale intravedo tuttavia un rischio ancora più grande».

Quale?
«Che le diverse velocità dell'Italia si radicalizzino con l'autonomia differenziata: che farebbe ricadere la scuola nella competenza delle regioni. In questo modo alcune regioni settentrionali attente al reclutamento regionale, a frenare i trasferimenti e a fornire incentivi economici avranno a lungo andare scuole migliori, in un regime di concorrenza spietata che porterebbe vantaggio ad alcune regioni e danno ad altre. Ma pure il Nord ha le sue responsabilità, nell'emarginazione dell'italiano».

In che senso?
«Penso al caso del Politecnico di Milano, che teneva insegnamenti universitari in inglese anziché in italiano. Un grave danno per le competenze linguistiche degli studenti. Ma la Corte Costituzionale ha stabilito che l'italiano non può essere escluso dai livelli più alti dell'istruzione pubblica».

Rimedi per arginare la deriva?
«Non esiste una ricetta unica. La consulenza del linguista e filologo Luca Serianni agli ultimi due ministeri dell'Istruzione va nella giusta direzione: tornare alla centralità dei compiti primari dell'insegnamento scolastico dell'italiano, ad esempio. Ciò che Serianni ha introdotto nell'esame di Stato può essere usato anche in altri momenti della formazione, con l'abolizione della tesina e una maggiore attenzione all'analisi e comprensione del testo. Molti studenti universitari, poi, non conoscono affatto il territorio italiano: non è solo ignoranza geografica, ma sintomo legato alla svalutazione della propria lingua, simbolo di identità culturale». Ultimo aggiornamento: 19:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA