Piano per il Sud da cento miliardi: si parte da scuola e ricerca

Giovedì 13 Febbraio 2020 di Marco Esposito

Sessanta pagine fitte, divise in due parti: una per le azioni immediate e quelle da realizzare entro il 2030. Il linguaggio sobrio e asciutto dei rapporti Svimez. Si presenta così il Piano Sud di Peppe Provenzano, un programma - afferma chi lo ha letto - concreto e ambizioso come non se ne sono visti dal tempo della nuova programmazione di Fabrizio Barca.

Il testo è pronto. «Siamo alle virgole», dice il ministro del Sud intervistato dal direttore del Mattino Federico Monga in collegamento da Roma, in occasione della giornata «Top 300» organizzata dal quotidiano con PriceWaterhouseCoopers. Domani sera sarà discusso al vertice di governo, insieme a molte altre questioni roventi. L'esito del confronto non è scontato, ma se la maggioranza confermerà l'impegno a lavorare insieme, il primo segnale ci sarà venerdì mattina a Roma con una conferenza stampa in cui il premer Conte e Provenzano presenteranno appunto il Piano Sud, quale segno distintivo della fase 2 del governo.
 

 

Il Piano Sud avrà un valore complessivo di 100 miliardi di euro e non sarà soltanto una ricognizione e rielaborazione dell'esistente ma conterrà anche risorse fresche. Dove? In due settori. Uno negli investimenti ordinari, con l'attuazione finalmente della «clausola del 34%» ovvero destinare al Mezzogiorno una fetta di investimenti ordinari pari alla popolazione residente. Quanto vale? Nel 2018 in base ai Conti pubblici territoriali gli investimenti ordinari in Italia sono stati di 27,6 miliardi. Se il 34% fosse arrivato al Sud, la somma sarebbe stata di 9,4 miliardi. E invece l'Italia, da sempre strabica in questo campo, ha indirizzato al Sud soltanto 6,2 miliardi per cui applicare la regola del 34% avrebbe portato 3,2 miliardi in più. E non è finita. Provenzano sta pensando di intervenire sui fondi europei, che sono straordinari e prevedono un cofinanziamento italiano. Graziano Delrio nel 2014 aveva falcidiato il cofinanziamento riducendolo dal 50% (un euro europeo raddoppiava) al 25% (un euro europeo portava solo 33 centesimi di cofinanziamento). Il taglio non valeva ovunque ma soltanto per gli interventi riservati al Mezzogiorno e per quelli specifici per le regioni Campania, Calabria e Sicilia. Adesso il ministro del Sud vuole incrementare l'impegno nazionale, portandolo dallo 0,5 allo 0,6% del Pil. In pratica sarebbero 1,8 miliardi aggiuntivi per il Mezzogiorno.

Non solo soldi, comunque. Il piano si caratterizza per un'attenzione particolare alle donne ed è articolato in cinque missioni: istruzione, infrastrutture, svolta green, innovazione e Mediterraneo. In molti settori c'è un divario da recuperare, a partire dalla filiera della conoscenza, visti i divari dagli asili nido, il tempo pieno alle elementari fino alle borse di studio all'università e per la ricerca. E però almeno in un campo il Mezzogiorno parte alla pari con l'obiettivo di diventare propulsore nazionale. «Mi piace pensare - dice Provenzano - che nel green deal e in settori innovativi come il biotech non stiamo a inseguire e non soltanto siamo al passo con gli altri ma abbiamo una vitalità superiore».

Tuttavia non si può puntare sull'innovazione del Paese senza aggredire il ritmo da bradipo della pubblica amministrazione. Provenzano parla di una vera e propria «rigenerazione amministrativa», rispondendo a distanza anche a una paradosso del governatore Vincenzo De Luca il quale affermava di avere dipendenti alla Regione che non sono in grado neppure di accendere una stampante. Obiettivo di Provenzano è fare una analisi dei fabbisogni individuando «le competenze di cui oggi le amministrazioni sono del tutto prive».

Altro punto è il presidio di legalità. Qui il ministro punta a diffondere l'esperienza della Toscana, «che ha modelli di antimafia con meccanismi preventivi virtuosi» mentre «a Napoli in prefettura stanno lavorando tantissimo ma un'impresa non può aspettare tre anni per essere inserita in una white list».
 


Il tema dei tempi è stato toccato più volte nel corso dell'incontro di ieri. Provenzano lo ha citato in particolare in riferimento alle zone economiche speciali la cui legge, come ha ricordato Monga, è in vigore da quattro anni ma di cui ormai si prevede il commissariamento. Il ministro l'ha presa da lontano, citando l'apertura al mercato della Cina di Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta. «Lo strumento fu la Zes, la zona economica speciale. Ma ce ne erano sette in tutta la Cina. Sette. Nel Sud Italia ne sono previste otto, me ne hanno chieste altre dodici e le vuole anche il Nord, persino dove non ci sono porti come in Lombardia». Oggi la guida delle Zes è affidata al presidente dell'Autorità portuale di riferimento, «ma serve qualcuno che se ne occupi a tempo pieno. Vorrei come purtroppo non capita mai - conclude Provenzano - far sapere alle imprese con chi devono parlare. Non blocco il processo, anche se alcuni passaggi sono stati discutibili, ma proviamo a riportarle alla loro funzione originaria». 

Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA