Normale, Napoli addio. Il direttore:
«In pericolo la nostra autonomia»

Sabato 15 Dicembre 2018 di Gigi Di Fiore
Accetta di dire la sua quando ormai si conosce il testo sulla nascita della Scuola Superiore Meridionale a Napoli. Il professore Vincenzo Barone, direttore della Scuola Normale di Pisa, è a casa con la febbre.

Professore, c'è chi dice che la sua «malattia» sia diplomatica per far passare questi giorni di polemiche. Come stanno le cose?
«Se ne sono dette tante, anche questa. Negli ultimi giorni, ho tenuto la conferenza dei docenti con la febbre a 39. Poi sono stato a Roma, sempre febbricitante, convocato dal vice ministro sulla norma che avrebbe dovuto far nascere a Napoli la Scuola Superiore con la collaborazione della Normale di Pisa. Il giorno dopo, mi sono dovuto mettere a letto».

Cosa pensa della richiesta di sue dimissioni, inserita in una mozione depositata dai rappresentanti degli studenti al Senato Accademico?
«Ho convocato la riunione del Senato Accademico per il nove gennaio, subito dopo la pausa natalizia. Non mi sono mai sottratto al confronto con tutte le componenti presenti nella Scuola. Tutti avranno l'opportunità di esprimere le proprie opinioni nella sede istituzionale. Non ho mai represso il dibattito, alla Normale c'è stata sempre libertà di espressione. Ho 66 anni e una storia d'impegno nel '68, figurarsi se non rispetto la democrazia interna».

Rispetto alla richiesta dei rappresentanti degli studenti dirà la sua nella riunione del nove gennaio?
«Sì, in quella sede affronteremo le questioni, non prima».

Perché le è stata disposta la sorveglianza sotto casa, per «motivi precauzionali»?
«Su questo, non dico nulla. Sono molto seccato che la notizia sia filtrata, facendo anche preoccupare mia madre».

Su di lei, il sindaco leghista ha detto che voleva la collaborazione con la Federico II perché è nato a Napoli. Cosa commenta?
«Tutti sanno che non è vero. Sono nato ad Ancona. Sono vissuto tra Brescia e Trieste, città cui sono molto legato. Mi sento cittadino italiano. A Napoli, città dove ho molti amici, ho fatto gli studi universitari alla Federico II».

 

Ha dovuto affrontare ostilità interne alla Normale, a causa delle sue idee sul progetto?
«Questi problemi si affrontano nelle sedi ufficiali. Parlano gli atti e le mie idee credo siano espresse con chiarezza».

E le ostilità avute invece dal sindaco leghista di Pisa?
«Penso che sia stata messa in discussione l'autonomia di un'istituzione universitaria. Una prerogativa costituzionale, prevista dall'articolo 33. È questa la riflessione di fondo su quanto accaduto. Non ne faccio una questione personale, ma istituzionale. Non ho parlato fino ad ora, perché attendevo che si conoscesse la nuova versione della legge che istituisce la Scuola Superiore alla Federico II».

Conoscendo il testo, ora, cosa si sente di dire?
«Le cose vanno chiamate con il loro nome. C'è stato un attentato all'autonomia decisionale della Scuola Normale di Pisa da parte del mondo politico locale che non avrebbe avuto alcun potere di interferenza. La legge è stata cambiata su sollecitazione del sindaco di Pisa, non per volontà della Scuola Normale o della Federico II di Napoli. Credo sia davvero un precedente devastante per il mondo universitario».

Ha avvertito ostilità della città di Pisa nei suoi confronti?
«Faccio vita ritirata. Nei 200 metri che percorro da casa alla Normale, la gente che abitualmente incontro ha continuato a dimostrarsi cordiale verso di me».

Qual era la sua idea sulla collaborazione con la Federico II?
«Ho sempre sostenuto l'idea di una Scuola a statuto speciale nel Sud, che ha avuto consensi bipartisan. Ne ho parlato con tutti gli esponenti istituzionali con cui mi sono confrontato nel tempo, anche con il capo dello Stato. Ritenevo che il progetto potesse avere un incubatore esterno che lo aiutasse a decollare e, in quest'ottica, l'eccellenza e il modello della Normale di Pisa non credo possano essere discussi. Un supporto di avvio per tre anni. Non perché la Federico II non potesse fare da sola, ma perché un progetto di questo tipo può essere governato meglio dall'esterno invece di seguire condizionanti dinamiche interne».

Ora, invece, cosa crede che succederà?
«Il progetto partirà, la Scuola Normale, come prevedono le leggi sul mondo universitario, può collaborare con la Federico II. Abbiamo già dei dottorati e un centro ricerca in comune tra le due realtà. Sono amico del rettore Gaetano Manfredi».

Pensa che i politici leghisti siano stati eccessivi con lei?
«Mi ha infastidito che si sia spostato un tema istituzionale su un piano personale. Ho risposto una sola volta con ironia, sostenendo che si voleva trasformare Pisa, città dalle eccellenze universitarie, in una città della Brianza le cui ricchezze si basano sull'industria locale. Io non sono un politico, non mi sono mai sentito adatto a fare il rettore. Ho sempre fatto lo scienziato con diversi riconoscimenti e, a otto anni dalla fine dell'attività, pensavo di mettere la mia esperienza a disposizione della Normale accettando l'incarico di direttore».

Cosa succederà del progetto della Scuola Superiore meridionale?
«Partirà alla Federico II cui faccio davvero i migliori auguri. Ci sarà la collaborazione della federazione Scuole superiori. L'insegnamento pericoloso di questa vicenda, però, e non tutti lo hanno ben compreso, è il pericolo, che potrà ripercuotersi in tante altre decisioni che investono la realtà universitaria, dell'interferenza politica esterna sull'autonomia dell'istituzione accademica». © RIPRODUZIONE RISERVATA