«Noi, sepolte vive»,
le memorie perdute
della Casa dei matti

Domenica 5 Luglio 2020 di Vittorio Del Tufo
«Perché mi avete curato? (...) adesso sono diventato più ragionevole e più posato, ma in compenso sono come tutti gli altri: sono una mediocrità, la mia vita mi è noiosa»
(Anton P. Cechov, Il monaco nero).
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Una volta c'era il Mastrogiorgio. E con il Mastrogiorgio c'era il pozzo dei pazzi. Nella prima metà del 600 mastro Giorgio Cattaneo, il medico dei pazzi, curava i malati di mente più esagitati legandoli a una grande ruota che poi calava nel pozzo degli Incurabili, su a Caponapoli. Sotto la sferza di Mastrogiorgio la ruota veniva fatta girare vorticosamente, per portare i folli allo sfinimento in quello che potremmo definire una sorta di elettrochoc ante-litteram, perché a quei tempi si pensava che la follia fosse dovuta alla presenza di meningi anormali e a un'eccessiva concentrazione di nervi nelle tempie, che provocava nei pazienti neurolabili - gli scemi di cervello, come venivano chiamati - un moto disperato e perpetuo.

Per fortuna tanti altri clinici e luminari hanno preso il posto del dottor Cattaneo, e la cura delle malattie mentali, anche grazie alla straordinaria scuola medica napoletana, avrebbe compiuto in seguito passi da gigante, in un processo ininterrotto che porterà negli anni 70 del secolo scorso alla chiusura degli ospedali psichiatrici, con la legge Basaglia. Ma gli archivi e le cartelle cliniche del passato, soprattutto di fine 800, continuano a raccontare storie di internamento mai venute alla luce, storie maledette sprofondate in un altro pozzo nero, non dissimile da quello di Mastrogiorgio: il pozzo nero della memoria.

Una storica napoletana, Candida Carrino, che oggi dirige l'Archivio di Stato, ha ficcato il naso in queste cartelle e ricostruito, attraverso la documentazione conservata presso vari archivi storici di ex ospedali psichiatrici della regione, in particolare presso la Casa Reale dei matti di Aversa, le dinamiche di internamento della popolazione femminile tra la fine dell'Ottocento e i primi anni Cinquanta del Novecento, periodo in cui vengono introdotti nei manicomi gli psicofarmaci.

Ne è venuto fuori un libro di memorie. Scabrose, infernali, maledette. Dalle bambine alle prostitute, dalle lesbiche (dunque malate) alle infanticide, dalle immorali alle uxoricide. Tutte vittime di un gioco crudele al quale partecipavano, il più delle volte, le rispettive famiglie, che si adoperavano per rinchiuderle, e gli psichiatri che spesso ne assicuravano l'internamento a vita. Un viaggio nella memoria e nelle memorie delle internate, ricostruite attraverso la scrupolosa lettura delle cartelle cliniche, che è anche uno straordinario spaccato della storia del nostro paese: perché la storia della sofferenza mentale non ha segnato solo la cultura medica, ma l'intera società.

Una lunga storia di solitudini. E di fantasmi.
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Come il fantasma di Olga - vent'anni, divorziata - entrata nel manicomio di Aversa il 2 novembre 1935. Venne ricoverata in ospedale perché affetta da tubercolosi polmonare, e dall'ospedale spedita direttamente nell'ospedale psichiatrico, perché considerata schizofrenica, nonostante la resistenza della madre, che si dispera perché vorrebbe assumersi, in prima persona, la responsabilità dell'accudimento.

«Mia figlia è violenta, lo so, mia figlia grida, lo so, alle volte mi butta tutto in faccia, lo so, ebbene io la prendevo colle buone e tutto era finito. Colle buone e colle carezze tutto era finito, si metteva a ridere...». Ma per i medici di Aversa le carezze di una madre non sono un buon rimedio: l'unica cura è il manicomio. E in manicomio, tre anni dopo, Olga morirà.

O il fantasma di Camilla, esule anarchica, una vita fuori dagli schemi, internata nel manicomio giudiziario di Aversa nel 1947 dopo una lunga persecuzione politica, i figli sottratti con la forza, il marito Giovanni in confino a Ventotene, la denuncia contro il sistema manicomiale che vuole a tutti i costi considerarla pazza, quindi non recuperabile, mentre lei, con tutte le forze, denuncia gli abusi, i soprusi e la violenza delle pratiche psichiatriche.

O il fantasma di Giovina, che a 23 anni gettò il figlio Michelino di appena tre mesi in una cisterna piena d'acqua, Giovina la scema che nel suo delirio continuò fino all'ultimo dei suoi giorni ad accusare il marito: «È colpa sua se la mia vita è andata in rovina», mentre l'uomo, nonostante la disperazione e il dolore, provò a starle vicino fino alla fine, al punto da scrivere al direttore del manicomio per implorarlo di far tornare la moglie a casa, perché, sono le sue parole, «in casa quando manca la donna, anche se è malata di mente, il mondo finisce».

Il mondo di Maria Vittoria, vedova di un medico di Putignano, madre di otto figli, finì il 25 ottobre 1929, quando entrò nel manicomio di Aversa, all'età di 55 anni. Alienazione mentale con turbe del senso morale, la diagnosi. «Si trascina trascurata e sudicia, avvicinando or l'uno or l'altro per soddisfare le sue tendenze lascive a cui è spinta da forza irresistibile». Quando i medici, ansiosi di dichiararla pazza, la interrogano, risponde così: «Non faccio nulla di male, fu Iddio a dire crescete e moltiplicatevi ovunque vi trovate». Maria Vittoria grida fino all'ultimo istante, con la forza delle parole, il suo diritto alla libertà. Ma per il medico di Putignano che redige la richiesta di internamento, e per gli psichiatri che la approvano, le scelte sessuali della vedova Maria Vittoria sono sintomo di devianza e di pericolosità sociale. La donna va punita con il manicomio per la sua «degenerazione morale».
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La morale sessuale doveva essere difesa, a ogni costo; la scelta dell'internamento serviva non tanto per curare le matte ma per salvaguardare l'onore delle loro famiglie e più in generale della società. Per le donne, fino agli anni Cinquanta, la pratica della reclusione ha avuto non solo funzioni punitive ma anche quella di controllo sociale. Nel caso di minorenni «esagitate», l'internamento avveniva spesso su richiesta degli stessi genitori.

Questo è un aspetto centrale, e tra i più interessanti, del lavoro di scavo condotto dalla Carrino. A volte sono proprio le madri a decidere di internare le loro figlie, bambine o adolescenti. Quando questo avviene per una vera malattia, come nel caso dell'epilessia, continuano ad occuparsi di loro (mentre i padri, gli uomini, non sono quasi mai presenti). Le donne sono ansiose di riprendere le figlie a casa una volta guarite. Invece, nel caso in cui l'internamento sia stato determinato da disordini della condotta sessuale, la madre e la famiglia in genere tendono ad abbandonare la paziente in manicomio perché il ricovero non ha uno scopo terapeutico, ma solo quello di allontanamento dal contesto sociale, dal momento che le azioni compiute dalle giovani generano pubblico scandalo e sono quindi causa di imbarazzo e di scuorno per i genitori.
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Come si finiva in manicomio? Essere stravaganti, depresse o violente «era una buona dose di partenza, ma era determinante compiere una serie di atti o gesti che potevano essere addotti come motivo per l'internamento. Queste azioni, che potevano essere messe in atto nello spazio domestico, nelle case dei vicini, nelle strade del paese, avevano sempre un denominatore comune che si innestava sui concetti di scandalo, onore, decoro sociale e familiare». Tra i medici e le ammalate, nella casa dei matti, i colloqui sono sporadici, e il più delle volte non portano a nulla. Quasi sempre si esaminano le funzioni dell'apparato riproduttivo femminile, la permanenza di idee deliranti, gli atteggiamenti di ribellione o di sottomissione, la caparbietà nel non voler parlare, la comparsa di malattie fisiche. Solo per queste ultime si prevede un trattamento terapeutico, controllato e validato durante il decorso della malattia.

La guarigione, invece, interessa poco. Cosa fa l'istituzione manicomiale per guarire la follia della donna? A questa domanda non vi è quasi mai una risposta. Dallo studio delle cartelle cliniche pare che non vi sia un impegno in tal senso da parte dei medici, il cui compito si esaurisce nelle annotazioni sul diario e nel confermare le diagnosi spesso già formulate al momento dell'accesso nell'istituzione. Gli «idem» e i «come sopra» tradiscono una sostanziale indifferenza all'incidenza della reclusione sulla sintomatologia iniziale. L'obiettivo non è quello di guarire la donna, ma di registrare, fino all'accanimento, la sua capacità di adattarsi alla vita manicomiale.

La Casa dei Matti di Aversa, l'ospedale psichiatrico che negli anni fu chiamato anche Pazzaria degli Incurabili e Real Manicomio della Maddalena, fu abbandonata definitivamente nel 1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Oggi è un edificio fantasma, dove risuonano i passi di tutti coloro che vi furono murati vivi. © RIPRODUZIONE RISERVATA