Povero Conte di Mola,
sepolto vivo in chiesa
per sfuggire agli sbirri

Domenica 28 Giugno 2020 di Vittorio Del Tufo

Caro Bebè,
che guarde a fá?
io quanno veco a te
mme sento disturbá!

(Lilì Kangy, Capurro-Gambardella)
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Una rocambolesca fuga tra i vicoli di Toledo, una grande lapide in una chiesa di Chiaia, una stradina che penetra i Quartieri Spagnoli inerpicandosi fino a piazzetta Concordia. Sono le (poche) tracce che ancora oggi rimandano alla memoria di un personaggio leggendario vissuto a Napoli a cavallo tra il 500 e il 600: il mercante di grano don Miguel Vaaz, più conosciuto come il Conte di Mola, famoso per essere passato dalle stelle alle stalle in poche ore con l'accusa di aver frodato i sudditi del Regno e per aver trascorso ben due anni della sua vita, da superlatitante, nel buio della chiesa dell'Ascensione a Chiaia. Eppure la memoria di questo personaggio controverso, astuto e spregiudicato - o cont' e Mola - è ancora oggi legata non tanto alle vicende storiche che lo videro protagonista quanto alla famosa canzone «Lilì Kangy», scritta nel 1905 dagli autori napoletani Giovanni Capurro e Salvatore Gambardella. Un brano che richiama le atmosfere festose dei Café-Chantant napoletani e gli anni ruggenti della Belle Époque. Lilì Kangy è la sciantosa nata in via Conte di Mola, appunto, una giovane aspirante cantante che decide di cambiar nome da Concetta a Lilì Kangy.

Chi mme piglia pe' frangesa,
chi mme piglia pe' spagnola,
ma so' nata ô Conte e Mola,
metto a coppa a chi vogl' i'.
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Il termine sciantosa - da chanteuse - era nato tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900. Io sòngo bona ma so''ntussecosa, cantava nel 1894 Armand d'Ary, chanteuse purosangue, mandando in delirio l'intera città sulle note di «A frangesa», scritta per lei da Mario Costa e inno al café-chantant napoletano di fine 800. Note che risuonavano soprattutto in via Chiatamone, dove un tempo sorgeva il mitico Circo delle Varietà (e successivamente, fino al 2018, la redazione del Mattino). Da quel palcoscenico passarono le più acclamate compagnie di balletto e operetta, i comici e fior di cantanti; Di Giacomo e Costa, Gambardella e Califano, Di Capua e Capurro lanciarono qui le loro canzoni più famose; qui si esibirono, tra squilli di tromba e rulli di tamburi, Eugénie Fougère ed Emilia Persico, Amina Vargas e Nicola Maldacea. E, naturalmente, la frangesa venuta da Parigi, quella Armand d'Ary per la quale Napoli perse la testa. Era l'epoca delle sciantose e la più sciantosa di tutte ben presto diventò proprio Lilì Kangy, che era nata ô Conte e Mola e dunque tutte le altre se le metteva in tasca!
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Ma il vero Conte di Mola, il conte Vaaz, dovrebbe essere ricordato soprattutto come l'uomo che salvò Napoli dalla fame. Fu proprio questo facoltoso imprenditore legatissimo ai poteri forti nella Napoli di inizio 600, a mettere al riparo la capitale del vicereame, grazie al suo attivismo e alle derrate alimentari provenienti dai Balcani, da una terribile carestia, legata a una delle pestilenze che in quel periodo, a più riprese, hanno afflitto l'Europa causando centinaia di migliaia di morti. La famiglia Vaaz de Andrade, di origine ebraica ispano-portoghese, si era trasferita dalla Spagna nel Regno di Napoli nel 1580. Miguel, in pochi anni, grazie al commercio del grano riuscì ad accumulare un'immensa ricchezza, entrando nelle grazie del viceré di Napoli Petro Fernandez di Castro, conte di Lemos, che lo nominò Consigliere nel Collaterale di Napoli.

Miguel era tanto furbo quanto spregiudicato. Fu prodigo di consigli finanziari per il viceré, il quale lo ricompensò procurandogli, nel 1613, il titolo di conte e signore della città di Mola, in provincia di Bari. Perché tanta generosità? Per capirlo bisogna fare un piccolo passo indietro. Nei primi anni del 600 Napoli è un orizzonte di stracci, miseria e degrado. È il periodo in cui Caravaggio, scappato da Roma dove è accusato dell'omicidio di Ranuccio Tomassoni, dipinge la Flagellazione di Cristo e le Sette Opere di Misericordia. La carestia del 1607, e la pestilenza che ne deriva, spinge la città sull'orlo della guerra civile. Il non ancora Conte di Mola contribuisce a salvare la città facendo arrivare il grano con i suoi galeoni dai Balcani. Sarà lui stesso a intestarsene il merito. «Fui il protagonista - scrisse - della salvezza di Napoli dalla carestia del 1607. Eravamo a un solo passo dalla rivoluzione, perché al popolo basso non si può togliere anche il pane quotidiano: dagli la fame, ti restituirà la furia!».
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Una lapide posta nel 1698 nella chiesa dell'Ascensione ricorda che nel 1617, nel giorno della festa che celebra l'ascesa di Gesù al cielo, don Miguel Vaaz «di nobiltà inglese, portoghese e napoletana», vide San Pietro dei Celestini pronto a proteggerlo e, per «disperdere l'impeto dell'avversa fortuna, prese dimora in questa chiesa». Cos'era accaduto? Per don Miguel la fortuna si era tramutata in disgrazia nel giro di pochi giorni. Dopo l'avvicendamento sulla poltrona del viceré, il portoghese fu accusato di aver frodato il regno nei rifornimenti di grano. Inseguito dagli sbirri, trovò la salvezza proprio nella chiesa, allora diroccata, dell'Ascensione a Chiaia, dove rimase per due lunghi anni prima di essere scagionato da ogni colpa. Il Conte di Mola non dimenticò mai il tetto che lo aveva protetto durante la latitanza, e fino al 1963, anno della sua morte, impiegò molte risorse per abbellire la chiesa, che era stata costruita in una zona paludosa di Chiaia sotto il regno di Roberto d'Angiò e affidata per un lungo periodo all'ordine dei Celestini. Grazie all'ex voto del conte di Mola (e alla definitiva risistemazione di Cosimo Fanzago nel 1645) la chiesa di Chiaia ha assunto così l'aspetto che oggi conosciamo. Nel libro «Il mercante», opera a metà strada tra cronaca e immaginazione, il compianto Nino Masiello ricostruì le tracce lasciate nel Regno di Napoli dal portoghese mercante di grano. Ricostruì, soprattutto, la rocambolesca fuga di don Miguel attraverso i vicoli della città (vedi anche Marco Perillo, «I luoghi e i racconti più strani di Napoli).

Un altro Vaaz de Andrade, anch'egli Conte di Mola e presidente della Regia Camera della Sommaria, fu il primo proprietario (almeno conosciuto) dello splendido Palazzo Berio di via Toledo, di fronte alla Galleria Umberto I. L'edificio, ricostruito nella seconda metà del 700 da Carlo Vanvitelli, è famoso per aver ospitato la scultura di Canova Adone e Venere, ora esposta al Musée d'Art et d'Histoire di Ginevra, e prende il nome dal marchese Francesco Maria Berio di Salsa, librettista d'opera lirica e poeta, autore tra l'altro dell'«Otello» di Gioachino Rossini.
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«'A settimana passata, ncopp' o Conte e Mola, nu signore se menaie d' o quarto piano abbascio... (La scorsa settimana,al conte di Mola, un signore si è buttato giù dal 4° piano)»
(Eduardo De Filippo nella commedia Napoli milionaria!)
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In uno dei racconti contenuti ne «L'oro di Napoli», Ninna nanna a una signora, Giuseppe Marotta definisce via Conte di Mola «ripida e dubbia come un quadro sul cavalletto: la pioggia la trasforma in un torrente, allegre trecce d'acqua che levigano il selciato e arrotondano i buchi nelle scarpe di chi ha scarpe; non meno a precipizio vi si getta in certe ore il sole, gli occhi del passante lacrimano ed egli può improvvisamente trovarsi, fosse pure un vescovo, tra le stanghe di un carretto o imbrigliato al grembiule di qualche donnaccia». 

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