Donne, vicoli e delitti:
i giorni del sangue
e delle madri coraggio

Domenica 29 Marzo 2020 di Vittorio Del Tufo
La coscienza, nel caos del mondo, è una piccola luce, preziosa ma fragile.
(Louis-Ferdinand Céline)
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Napoli, 1985. Nunziata, una ex prostituta che gestisce un'equivoca pensioncina nei pressi della chiesa dei santi Marcellino e Festo, rimane ferita in un agguato nel quale muore un trafficante di droga, Babà Rocco, che viene trovato con una siringa piantata nei genitali. La donna, dopo altri oscuri delitti che portano la stessa firma, decide di indagare per venire a capo del mistero, anche perché suo figlio Pummarulella, che ha appena dieci anni, viene coinvolto nel giro dei piccoli spacciatori e consumatori di droga. Siamo tra le scene - dolenti e potentissime - di uno dei film entrati con maggior forza nell'immaginario collettivo della Napoli degli anni 80. In mezzo ai vicoli le donne sono tante, e pure i delitti. Un complicato intrigo. Con Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti, Lina Wertmuller decide di affondare la cinepresa nel sangue e nella carne viva della Napoli di quegli anni, senza alcuna concessione all'oleografia e con un finale di fortissimo impatto: si scoprirà infatti che i mandanti della lunga catena di omicidi non sono boss della camorra, ma un gruppo di madri-coraggio, decise a salvare i propri figli dalla droga.
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Napoli, 1985. Proprio quell'anno, ai Quartieri Spagnoli, andava in scena la ribellione delle vere madri anti-droga, una pattuglia dapprima ristrettissima, poi sempre più nutrita di donne stanche di vedere i propri figli finire in pasto ai venditori di morte. Verso metà maggio sui giornali compare la notizia della morte di quattro ragazzi: Franco Bravaccini, Ciro Romano, Michele Santonastasio e Nicola Lino. Stroncati da una partita di droga tagliata male. Caduti uno dopo l'altro, nei vicoli che portano al Corso, tra i ponteggi del dopo-terremoto.

I pusher, in quei primi mesi dell'84, sembravano imbattibili. L'eroina avvelenata arrivava dalla Turchia, dall'Egitto, dall'America e dallo Sri Lanka. I quattro ragazzi morti hanno tutti meno di vent'anni. I vicoli raccolgono le lacrime delle loro mamme, il dolore diventa una cerimonia collettiva. Le donne cominciano a riunirsi in una casa del vico Giardinetto per piangere insieme. Quando non hanno più lacrime, decidono di lanciare un appello alle altre madri del quartiere. Di fare trincea. Di organizzare presìdi. Di combattere insieme il nemico che stava uccidendo i loro figli. I figli di Montecalvario. Nascono così le madri coraggio dei Quartieri Spagnoli.
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La vita del quartiere - il quartiere di Nunziata, di Babà, di Pummarulella - ruota attorno alla chiesa dei santi Severino e Sossio, delle rampe di San Marcellino e di via Bartolommeo Capasso. A fare da cornice ai trafficanti di droga che convincono il piccolo Pummarulella a spacciare per loro, invece, c'è Palazzo Donn'Anna, a Posillipo. Altra location di Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti è la Galleria Umberto I: qui lo spacciatore Frankie Acquasanta (Harvey Keitel), inciampando durante la fuga verso il porto, precipita dalla terrazza sfracellandosi al suolo.
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Dalla toponomastica del film a quella della memoria. Tra il maggio e il giugno dell'85 le donne dei Quartieri cominciano a organizzare picchetti per individuare gli spacciatori che insidiano gli studenti davanti alle scuole. A gruppi di tre, di quattro, affiancandosi ai falchi della questura e ai carabinieri. È una magistrale prova di cittadinanza (e vigilanza) attiva. «Lo facciamo perché ci sono troppi episodi di violenza. Gli spacciatori diventano sempre più pericolosi e non risparmiano nemmeno i bambini delle scuole elementari», spiega Enza Prudele, leader delle mamme coraggio. Enza ha 42 anni, i figli tossicodipendenti - non ha esitato a farne arrestare uno, Patrizio, ancora minorenne - e una vita segnata dal dolore. Nella sede del comitato, in piazza Montecalvario, si riuniscono in pianta stabile una trentina di madri, raccontandosi l'un l'altra, per farsi coraggio, storie di sofferenza e malessere. Ma anche di ribellione. Ciascuna di loro si nutre della rabbia di tutte le altre. Questa catena di sangue, dicono, deve fermarsi. C'è un problema, però. Molti spacciatori, sorpresi in flagrante, sono minorenni e quindi non imputabili. Ricevono dalle venti alle trentamila lire per ogni dose che riescono a piazzare. A manovrare i muschilli, le pedine del piccolo spaccio, sono, come sempre, i boss del quartiere. Radio vicolo sa bene chi sono. Conosce le loro facce. Ogni stilla di sangue caduta nei vicoli di Montecalvario porta la loro maledetta impronta.

James Reed era considerato uno dei più pericolosi venditori di morte. Scaltro, inafferrabile, era diventato il cervello operativo di un vasto traffico di stupefacenti fra lo Sri Lanka e Napoli. Le mamme coraggio riescono a sorprenderlo in piazza Speranzella e mettono gli agenti della narcotici sulle sue tracce. La mobilitazione collettiva, in quei giorni, serve a isolare trafficanti e corrieri, a farli sentire con il fiato sul collo. Ora polizia e carabinieri sono sulle tracce di un altro capozona, soprannominato Michele o turco: un personaggio risultato finora inafferrabile, che controlla lo smercio delle sostanze stupefacenti nei Quartieri Spagnoli e nel Pallonetto di Santa Lucia.

Altre mamme prendono parte alla mobilitazione. Alla fine saranno 400. La loro sfida viene raccolta da un sanguigno avvocato, Giovanni Bisogni, che diventa il legale del comitato di Castelcapuano. Assieme a Bisogni, le mamme coraggio cominciano a far sentire la loro voce anche presso le istituzioni (incontrarono Pertini, Cossiga, Nilde Jotti), a urlare la loro disperazione in mille cortei per le strade di Napoli. La mobilitazione delle madri coraggio scuote la coscienza della città. Le donne non smetteranno mai di cercare l'aiuto dello Stato. Anche se dallo Stato, il più delle volte, si sentiranno tradite. «Nonostante il nostro impegno - racconta Enza in un documentario girato dalla Rai in quei giorni - le istituzioni hanno fatto assai poco. Avevamo chiesto comunità pubbliche, presìdi per le tossicodipendenze più efficienti, strutture più adeguate a fronteggiare il problema che a Napoli sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Ed invece ci troviamo punto e da capo. Ma non intendiamo mollare». Sarà proprio Enza Prudele, il 24 aprile 1987, a organizzare ai Quartieri Spagnoli la Giornata di lotta per la liberazione dalla droga dalle madri coraggio.
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Anche nel film della Wertmuller (girato nell'85 e uscito nelle sale l'anno successivo) le madri-coraggio decidono di coalizzarsi contro i responsabili della morte dei loro figli: a differenza di quanto accadde nella realtà, tuttavia, l'impotenza dello Stato, e degli apparati giudiziari, fornisce loro una valida giustificazione per passare dalla generica denuncia alla vendetta privata. E sanguinaria. Nella sequenza finale, sulle note dello Stabat mater di Pergolesi, vediamo le donne rinchiuse nella gabbia dell'aula giudiziaria lanciare il loro sguardo fiero e apprensivo ai loro bambini. Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti si aggiudicò, nell'86, il David di Donatello per la miglior attrice protagonista (Angela Molina). Nella città (e nella vita) reale, invece, destò clamore soprattutto il toccante incontro delle mamme antidroga con Pertini. «Presidente, aiutaci tu». Di promesse se ne fecero tante in quei giorni, e molte coscienze, allora sopite, si risvegliarono. Ma fu una breve fiammata: altri boss presero il posto di quelli finiti in galera e nei vicoli di Montecalvario i pusher tornarono a vendere l'eroina avvelenata. Rubando la vita a chi non aveva altra difesa che quella delle loro madri. © RIPRODUZIONE RISERVATA