La memoria e l'oblio:
quei pittori superstar
nella Napoli del ‘600

Domenica 4 Ottobre 2020 di Vittorio Del Tufo
«Di Partenope in seno hebbi la cuna
Ma la Sirena che m'accolse in grembo
Non potè adormentar la mia fortuna».

(Salvator Rosa, Satira della Babilonia).
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Bisogna immaginarselo, Luca «Fapresto», davanti alle enormi cupole o alle navate che doveva affrescare. Immaginare la febbre che lo divorava. Quel bizzarro soprannome - Fapresto - glielo ritagliarono addosso non certo perché arronzava, ma perché era un genio, in grado di dipingere in soli due giorni le tele della crociera nella chiesa di Santa Maria del Pianto. Così ancora oggi Luca Giordano non è ricordato solo come uno dei più grandi pittori napoletani del 600 (secolo particolarmente caro all'Uovo di Virgilio) ma anche come il più prolifico, con oltre tremila dipinti disseminati in ogni parte del mondo. Moltissimi naturalmente a Napoli, la città dove nacque il 18 ottobre 1634. Uno di questi dipinti, forse il più misterioso, è semi-nascosto nella chiesa di Rosario di Palazzo. È un Cristo insolito, dipinto su una croce di legno a grandezza naturale. Osserva con occhi spiritati chiunque incroci il suo sguardo. Un'opera straordinaria attribuita a Luca «Fapresto», anche se non sono mai stati trovati documenti che lo attestino con certezza.

In quella stessa chiesa è conservato invece il suo atto di nascita. L'altare davanti al quale il pittore fu battezzato è lo stesso dove si celebrarono le nozze di Eleonora Pimentel Fonseca. Un luogo della memoria: la chiesa, secoli fa, era integrata in un grande convento poi diviso dalle famiglie nobiliari che in questa zona dei Quartieri Spagnoli edificarono i loro palazzi con stalle, stucchi e meravigliosi affreschi, in parte restaurati e in parte, purtroppo, andati perduti.

Per evitare che vada perduta, con la memoria dei luoghi, anche la memoria di Luca «Fapresto», il direttore del Museo di Capodimonte, Sylvain Bellenger, e quello del Petit Palais di Parigi, Christophe Leribault, hanno deciso di raccontare Luca Giordano «come non era mai stato fatto prima», attraverso una grande mostra che si svolgerà a Capodimonte dall'8 ottobre al 10 gennaio. Un percorso della memoria, appunto, che si snoderà attraverso dieci sezioni e ben novanta opere provenienti da musei come il Louvre e il Prado, terminando con un'installazione multimediale progettata proprio allo scopo di mostrare alcuni dei luoghi e delle opere affrescate dall'artista a Napoli: nella chiesa di San Gregorio Armeno, di Santa Brigida, della Certosa di San Martino e nei Girolamini.

Luca Giordano dipinse, letteralmente, chilometri di affreschi. Sempre divorato, da giovane e da vecchio, dallo stesso furore creativo. A vent'anni, tra il 1654 e il 1655, realizza due dipinti per la chiesa di San Pietro ad Aram e la pala del transetto della chiesa di Santa Brigida. È il luogo dove verrà sepolto, nel 1705. In mezzo c'è una vita piena e avventurosa, segnata - come quella di Caravaggio, da cui pure lo separavano abissi caratteriali - dal demone della pittura. Nei primi anni si muove nel solco di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto. Il padre lo porta con sé a Roma, per fargli studiare le opere dei grandi maestri. E lui, vorace, frenetico, osserva e disegna di tutto: Michelangelo, Raffaello, Caravaggio. Sogna di eguagliare i maestri del Rinascimento veneto, da Tiziano a Tintoretto. A 37 anni affresca la cupola della chiesa di San Gregorio Armeno, poi sarà la volta della navata. Le committenze per le maggiori chiese e per l'alta aristocrazia napoletana e spagnola gli aprono la strada per Madrid, nell'ultimo decennio del 600. La sua fama si estende rapidamente anche oltre i confini del Vicereame spagnolo: Giordano diventa una star. Nel grande monastero dell'Escorial dipinge la volta dell'Escalera, esaltando le gesta di Carlo V e Filippo II. È grazie al suo genio se il maestoso Pantheon dei re di Spagna è diventato un po' meno austero. Il re gli concede il titolo di pittore di corte. Luca trascorre gli ultimi anni della sua vita a Napoli, lavorando per la Certosa di San Martino e per le chiese dei Girolamini e di Donnaregina. Le tracce del suo genio sono ovunque.
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La memoria dei grandi pittori napoletani del 600 è un patrimonio collettivo, da custodire e difendere. Non avviene sempre e non avviene per tutti. Al pari di Luca Giordano, anche Salvator Rosa è un pezzo di storia della città. La casa dove nacque questo personaggio ribelle, dalla vita movimentata, oggi non esiste più. Sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Maria del Soccorso, in piazza Arenella, ed era una masseria di proprietà del nonno Salvatore. Quando la casa fu demolita, nel 1920, scomparve anche la lapide in onore del grande artista, e solo negli anni 30, in piazza Arenella, fu posta una statua in bronzo (ricavata da un bozzetto in gesso di Achille d'Orsi). Statua che non ebbe mai pace: nel 1963, dovendo far spazio alla statua della Madonna Immacolata, la scultura è stata spostata in piazza Muzii, del tutto anonima e chiusa da cespugli e transenne, quasi invisibile agli occhi dei napoletani. Per molti dei quali Salvator Rosa è solo un'importante arteria che collega il corso Vittorio Emanuele con il Museo.

Le regole, a Salvator Rosa, sono sempre andate strette. Figuriamoci le regole della Napoli vicereale. Nella prima metà del Seicento Salvator Rosa fu tra i personaggi che animarono, secondo un'oscura e meravigliosa leggenda, la Compagnia della Morte, creata da un altro genio della pittura, Aniello Falcone. I talentuosi artisti che ne avrebbero fatto parte - la banda dei quattro: Aniello Falcone, Mattia Preti, Salvator Rosa e Micco Spadaro, e poi tanti altri - erano anche valorosi spadaccini e si erano messi in testa di cacciare da Napoli tutti gli spagnoli, impresa velleitaria e assai romantica, alla quale tuttavia si dedicarono con passione (vedi Uovo di Virgilio del 19/2/2017). Al gruppo di pittori ribelli non si iscrisse il mite Massimo Stanzione: lui proprio non era il tipo da impugnare la spada. Così, agli appelli dei quattro compari della Compagnia, rispose un giorno con un'alzata di spalle: «Non mi parlate di sangue e di rivolte. Gli eccessi non sono nel mio cuore, né tampoco nel mio pennello. So bene che la patria reclama il braccio dei suoi figli, ma val più un buon pittore che un cattivo soldato». L'obiettivo di questa leggendaria «società segreta», tanto folle quanto irrealizzabile, sarebbe stato di togliere dalla faccia della terra tutti gli spagnoli che occupavano Napoli, a cominciare dal viceré. Leader del gruppo di cospiratori, a prender per buona la ricostruzione dello storico dell'arte e pittore Bernardo De Dominici (1683-1759) sarebbe stato proprio Aniello Falcone, che avrebbe fondato la setta criminale per vendicare la morte di un amico, avvenuta, manco a dirlo, per mano degli spagnoli.

Di spada, di pennello e di poesie. Salvator Rosa è entrato nella leggenda anche per altri motivi. La tradizione popolare gli ha attribuito a lungo i versi di una delle canzoni napoletane più famose di sempre, quel «Michelemmà» il cui criptico testo ha fatto impazzire generazioni di storici e musicologi. Leggenda rilanciata, con un deliziosissimo falso, da don Salvatore Di Giacomo, che nel 1901 confezionò una copiella posticcia di «Michelemmà» («del signore don Salvator Rosa»). Ma il falso fu smascherato dal segugio Benedetto Croce, mentre ancora nessuno è riuscito a venire a capo del vero significato del brano, il mistero della scarola nata in mezzo al mare e della fanciulla che faceva strage di cuori ai tempi delle scorribande dei pirati saraceni. © RIPRODUZIONE RISERVATA