Le case degli spiriti:
quando l'occulto
​finiva in tribunale

Domenica 21 Febbraio 2021 di Vittorio Del Tufo
Le case degli spiriti: quando l'occulto finiva in tribunale

«La morte è la curva della strada
morire è solo non essere visto
Se ascolto, sento il tuo passo
esistere come io esisto»

(Fernando Pessoa)

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La notte tra il 10 e l'11 agosto del 1907 la duchessa Bartoli di Castelpoto lanciò un urlo che fece quasi crepare dallo spavento il marito che le dormiva accanto, duca di Castelpoto. Davanti alla soglia della stanza da letto era comparsa una sagoma che, senza proferire parola, aveva lanciato una chiave indicando un muro nel fondo del corridoio. Poi era sparita. Qualche ora più tardi, il duca e la duchessa di Castelpoto trovarono nel punto dov'era stata lanciata la chiave un'antica porta murata, coperta da strati di intonaco e carta da parato. L'episodio che sconvolse la vita dei duchi di Castelpoto è ambientato in un palazzo del largo delle Mortelle, al civico numero 7, a quei tempi una località salubre e ricca di verde sovrastata dall'ottocentesco corso Vittorio Emanuele.

Quell'estate lo «spettro» di San Carlo alle Mortelle (l'antico Poggio delle Mortelle) si materializzò molte altre volte. Una volta l'intera famiglia - marito, moglie e i due figli, Gennaro e Ottavio - rimase chiusa fuori casa perché il mobilio era stato ammassato dietro la porta. E poi i rumori: improvvisi, agghiaccianti, insopportabili. S'intensificavano al calar della sera e si accentuavano nelle ore della notte. Spaventati e sconvolti, i duchi abbandonarono la dimora. Poi sollecitarono un parente monsignore, don Michele Caracciolo, a far praticare un esorcismo nella casa «infestata». Ma né l'acqua benedetta né il crocifisso riuscirono a far sparire gli inquietanti fenomeni. Così la duchessa e il marito, che di quella casa erano locatari, decisero di chiedere la risoluzione del contratto di affitto, entrando subito in conflitto con la proprietaria, la baronessa Laura Englen. «Volete sciogliere il contratto? Non se ne parla proprio. I fantasmi non esistono!».

Prese così il via, nell'estate del 1907, uno dei più celebri «procedimenti spiritici» della storia della giustizia italiana ed europea. Il processo, che si svolse presso il secondo mandamento della Pretura di Napoli, fece scalpore soprattutto per lo scontro tra due vecchie volpi del foro: l'avvocato Francesco Zingaropoli, legale dei duchi Bartolo di Castelpoto e grande esperto di scienze occulte, e l'avvocato Giuseppe Palanza, legale della proprietaria, il quale non si fece trovare impreparato e cercò di dimostrare che gli episodi di poltergeist (dal tedesco: spirito dispettoso) erano legati alla presenza, nell'appartamento, di un medium molto attivo in città, il figlio della duchessa Gennaro Bartoli. La vicenda si concluse con un bonario accordo tra le parti: duca e duchessa lasciarono la casa «infestata», l'avvocato Zingaropoli diede alle stampe numerosi volumi sulle case infestate dagli spiriti (occupandosi anche della celebre vicenda delle apparizioni nel convento dei Girolamini, un caso di poltergeist seicentesco) e gli abitanti del quartiere giocarono i numeri al lotto vincendo, a quanto pare, ingenti somme di denaro. Non è dato sapere se gli spiriti si siano fatti vivi anche presso i nuovi inquilini dell'appartamento di Poggio Mortelle.

Recentemente lo studioso napoletano Antonio Emanuele Piedimonte ha ricostruito, nel bel libro «Spiritismo a Napoli, dai tavoli danzanti alle sentenze giudiziarie sulle case infestate», questo e altri casi di «giurisprudenza spiritica». Riverberi in bianco e nero di una città-purgatorio che sin dalla sua fondazione ha sempre avuto un rapporto molto stretto con l'aldilà, con le presenze che abitano gli ipogei della memoria urbana e con le anime dei defunti che, per dirla con l'antropologo Marino Niola, in fondo «non hanno mai abbandonato il luogo natìo: semplicemente assumono sembianze diverse per continuare a intrattenere rapporti con i viventi: come i fantasmi di Eduardo».

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Tra i singolari, a volte inquietanti, spesso discutibili primati conquistati da Napoli nel corso della sua ultramillenaria storia, v'è quello di essere stata, nei decenni a cavallo tra 800 e 900, una delle capitali mondiali dell'occultismo. Quella stagione passò alla storia come la Belle Epoque dello spiritismo: erano gli anni in cui nei salotti si evocavano gli spiriti e imperversò la moda dei «tavoli danzanti». In quel periodo, inoltre, furono scattate alcune tra le prime fotografie «spiritiche» e all'ombra del Vesuvio si misero in luce personaggi che s'imposero all'attenzione internazionale sia per lo studio che per la pratica della medianità, a cominciare da quella Eusapia Palladino (vedi L'Uovo di Virgilio dell'8/4/2016) considerata da molti la più grande medium di tutti i tempi. La fama di Napoli «città occultista e spiritista» conquistò in poco tempo tutta l'Italia, in concorrenza con Torino (dove però il fenomeno prese altre strade, a cominciare dal demonismo). Fu sempre in quegli anni che, come scrive lo studioso napoletano Gian Battista Alfano, «la Metapsichica e la Metafisiologia acquistano valore di scienze, e sono studiate con i più rigorosi metodi scientifici... cioè con il metodo sperimentale».

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Altra celebre causa giudiziaria provocata da presunti fenomeni di poltergeist e conseguente lite tra inquilini e proprietari è quella ambientata in un appartamento dei Quartieri Spagnoli, e precisamente in via Concezione a Montecalvario 41. Protagonista e vittima fu tale Giovanni Colombo, che abitava al terzo piano dello stabile. A causa delle «misteriose e reiterate molestie» che gli stavano rendendo la vita impossibile, Colombo liberò frettolosamente la casa cedendola in subaffitto a una sua conoscente, la signora Margherita Franceschetti. Con quest'ultima le cose andarono peggio, al punto che la nuova inquilina decise di rivolgersi all'autorità giudiziaria per segnalare la scoperta di «chiodi, viti e altri ferri» che spuntavano all'improvviso nel pane servito a pranzo, impastati con la mollica. A nulla servì cambiare e ricambiare più volte bottega, come suggerito dagli agenti della sezione Montecalvario. Il fastidioso inconveniente continuava a ripetersi accompagnato, un paio di volte, «dall'apparizione del fantasma di una giovane donna». L'autorità giudiziaria ritenne «ammissibile» la domanda chiedendo, però, dei riscontri obiettivi che la sventurata signora non fu in grado di offrire. Tuttavia fu accertato che in quella casa, parecchi anni prima, era avvenuta una tragedia familiare. Magra consolazione per l'inquilina, che dovette continuare a convivere con l'incubo di finire strozzata dai chiodi e per di più, a corrispondere la pigione all'irremovibile padrone di casa.

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Innumerevoli, a cavallo tra l800 e il 900, i salotti letterari dedicati alle tematiche dell'occulto. Tra i cenacoli più illustri vi fu quello del professor Ercole Chiaia, il medico napoletano che fece diventare Eusapia Palladino una star dei «tavoli danzanti», coinvolgendo molti protagonisti del mondo scientifico è culturale italiano ed europeo. Vanno ricordati anche il «Sodalizio spiritico napoletano», la famosa «Società napoletana degli studi spiritici», nata nel 1864, e la «Società napoletana di studi psichici Vesta».

Anche il beato Bartolo Longo, prima della conversione, ebbe un'intensa frequentazione con gli spiriti. Giunto a Napoli dalla nativa Puglia per studiare Giurisprudenza, si imbatté nel clima anticattolico che si respirava in quel periodo nell'ateneo (erano gli anni 60 dell'Ottocento) lasciandosi attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli. Si avvicinò in particolare al movimento spiritista di tipo satanico fino a diventare, per oltre un anno, un «sacerdote satanista». La crisi esistenziale e la profonda depressione psichica e fisica che ne seguì lo avvicinarono poi al convento napoletano di San Domenico Maggiore. Qui, dopo un mese di meditazioni, preghiere e ininterrotti colloqui con un frate, Alberto Radente, nelle celle che avevano ospitato San Tommaso e Giordano Bruno Bartolo Longo ritrovò la religione cristiana e, soprattutto, la pace interiore. Cominciò così la sua seconda vita, che lo portò ad abbandonare l'attività di avvocato per dedicarsi esclusivamente all'assistenza dei bisognosi, con attività di volontariato - ricorda Piedimonte - e opere caritatevoli, prima nell'ospedale degli Incurabili sulla collina di Caponapoli, e poi a Pompei, dove fondò il famoso santuario mariano, uno dei più visitati al mondo. 

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