«Muori, Sergianni!»,
il Trono di Spade
della regina mantide

di Vittorio Del Tufo

«Chi pronuncia la sentenza deve essere colui che cala la spada»
(Eddard Stark, Il gioco del trono)
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Napoli, una torrida notte d'agosto del 1432. A Castel Capuano un gruppo di uomini fa irruzione nella stanza da letto di Sergianni Caracciolo, il temuto (e odiatissimo) Gran Siniscalco del regno angioino. Poche ore prima erano state celebrate le nozze tra suo figlio, Troiano, e la figlia di un altro potente notabile del regno. L'uomo è attirato in una trappola: «Aprite la porta, Sergianni, la regina sta morendo!». I sicari lo ammazzano con venti colpi di pugnale, poi sequestrano il figlio. In quei giorni un ignoto autore compone quella che Benedetto Croce definì la prima canzone politica creata a Napoli:

Muorto è lu purpo e sta sotto la preta;
Muorto è ser Gianni figlio de poeta...

Il popolo non è estraneo agli avvenimenti della corte angioina e, nonostante la tragedia, arride beffardamente all'ex favorito della regina, cioè al figlio del poeta Francesco Caracciolo. Lu purpo è il sole, con i suoi raggi tentacolari, ovvero l'emblema della famiglia Caracciolo. Ora è morto e sta sotto la preta, criptica allusione al nome dell'assassino, Pietro Palagano.

Che razza di storia è questa? Per comprenderlo bisogna compiere un viaggio nel tempo e tornare agli intrighi di quegli anni feroci, e al clima di sospetti e veleni che si respirava nel cerchio magico di «Giovanna la pazza», la regina mantide, dipinta (ingiustamente) come una Messalina dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso, che ordiva le sue trame e liquidava i suoi amanti facendoli precipitare in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce: così, almeno, racconta la leggenda.

Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 fino al 1435, anno della sua morte; ad armare la mano dei sicari, la notte tra il 18 e il 19 agosto 1432, sarebbe stata proprio lei, la regina di cuori: per mettere fine, una volta per sempre, alle sfrenate ambizioni del suo consigliere, sempre più avido di potere e ricchezze.
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Un luogo, più di altri, racconta gli intrighi di quel Trono di Spade che era diventato il Regno di Napoli. In via Tribunali 224 sorgeva la lussuosa dimora di Sergianni Caracciolo: un indirizzo strategico, a pochi metri da Castel Capuano, l'antico maniero dove soggiornavano la sovrana e la corte. È in quel palazzo, poi diventato sede dell'ospedale della Pace, che si consuma la storia d'amore tra la regina e il suo favorito. Un'alcova di lusso.

La storia d'amore era nata nel 1416. Quando Giovanna II subentrò al fratello Ladislao sul trono di Napoli, aveva 41 anni e due matrimoni alle spalle, con Giovanni d'Austria e Giacomo II di Borbone della Marca. In quegli anni la capitale era in preda al caos; nobili senza scrupoli, capitani di ventura, pretendenti al regno ed eredi adottivi, con i rispettivi sgherri, rendevano l'aria irrespirabile. In quel clima di intrighi, veleni, faide, congiure e lotte per il potere Giovanna - che era arrivata al potere tardi e inesperta, venendo ricattata a lungo dalle persone di cui maggiormente si fidava - era finita dritta tra le braccia dell'ennesimo fedelissimo, il gentiluomo di corte Ser Gianni (più comunemente Sergianni) Caracciolo, terzo figlio di Francesco Caracciolo del ramo dei del Sole. Si racconta che per concupire il bel cavaliere la regina abbia organizzato una sorta di trappola d'amore in una sala del castello dove il messer stava giocando su una scacchiera. Giovanna «fece lanciare dei topi nella stanza e il nobiluomo, che era un indomito guerriero ma aveva timore delle bestiole, si alzò e fuggì verso la porta più vicina, che subito si richiuse alle sue spalle. Dentro, ovviamente, c'era ad «accoglierlo» Giovanna (Mimmo Liguoro, La regina Giovanna II). In breve tempo, Sergianni, diventò «padrone del cuore e del governo» della sorella di Ladislao, e, come scrisse Croce, «maneggiò tutti gli affari al tempo di Giovanna II» (Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli).

Il nuovo padrone del Regno cominciò ad accumulare feudi, titoli e proprietà, attirando su di sé invidie e sospetti. Dopo un po', la regina di cuori, ormai invecchiata, decise che la misura era colma. E stanca delle sfrenate ambizioni di Sergianni, sempre più avido di gloria, finì col cedere alle pressioni dei nobili di corte, che non desideravano altro che liberarsi di quel sovrano-ombra.
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La trappola scatta una notte di agosto. Dopo la festa per il matrimonio del figlio, Sergianni decide di dormire a Castel Capuano. Bussano alla sua porta. «Presto, Caracciolo, svegliati: la Regina sta male, sta morendo!». È una trappola. Narra la leggenda che, mentre Sergianni moriva, assassinato a pugnalate, Giovanna udiva impassibile gli ultimi rantoli del suo ex amante dalla camera accanto. Gli assassini gettano il corpo del cavaliere nel cortile del castello. Il cadavere seminudo resta sul selciato fino alla mattina successiva. Poi viene portato da alcuni frati nella vicina chiesa di San Giovanni a Carbonara. Due anni dopo, il figlio di Sergianni farà erigere alla memoria del padre un monumento funebre proprio in quella chiesa, dove sorge lo splendido mausoleo dedicato a re Ladislao e a sua sorella Giovanna II. Solo pochi metri, e un brevissimo corridoio, separano dunque le spoglie di Sergianni, l'uomo che fu per molti anni il vero padrone del Regno, dalla statua di Giovanna seduta in trono, che fu l'artefice del suo assassinio o comunque non mosse un dito per sventarlo.

Giovanna II seguì Sergianni nella tomba dopo appena tre anni: con la sua scomparsa tramontava definitivamente la dinastia degli Angiò-Durazzo dal trono di Napoli. Gli anni successivi furono segnati dal conflitto fra Renato d'Angiò e Alfonso d'Aragona, tornato a rivendicare i propri diritti sul regno. E alla fine sarà proprio lui a spuntarla, insediandosi sul trono nel 1442 col nome di Alfonso I, soprannominato il Magnanimo.
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E l'alcova reale di via Tribunali? Dopo la morte di Sergianni rimase disabitata per molti anni. Nel 1587 la proprietà del palazzo venne acquistata dai frati dell'Ordine di San Giovanni di Dio, giunti a Napoli dalla Spagna per occuparsi dell'assistenza ai malati e ai bisognosi. Così, ricorda Aurelio De Rose ne I palazzi di Napoli, il palazzo venne trasformato in ospedale e tale restò fino al 1974, anno in cui questa istituzione fu trasferita nella sede di via Manzoni. Successivamente gli ambienti dell'edificio ospitarono uffici comunali e la sede dei Giudici di Pace. Ma il bel palazzo di via Tribunali resterà legato per sempre alla memoria di Sergianni e al Trono di Spade della regina Giovanna. E a una storia d'intrighi, d'amore e morte ambientata nella Napoli del Medio Evo.
Domenica 9 Giugno 2019, 20:00
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