La forza del padre di Erika De Nardo: quando l'amore batte l'odio

Martedì 3 Dicembre 2019 di Alessandro Perissinotto

La notizia non c'è, c'è solo la storia. E la storia non è quella di Erika De Nardo, non è quella delle sue nozze, avvenute chissà quando e annunciate quasi per errore da don Mazzi qualche giorno fa, non è quella della sua scarcerazione o della sua laurea in carcere. E la storia non è neppure quella della notte del 21 febbraio 2001, la notte in cui Erika, 16 anni, assieme al fidanzato Omar, di 17, infierirono con 97 coltellate sulla madre di lei e sul fratellino. La storia del delitto di Novi Ligure rimarrà per sempre scolpita nella memoria della nazione ed è già stata raccontata mille volte. La storia che invece nessuno ha raccontato (e non lo faremo qui) è quella del padre di Erika, Francesco De Nardo: troppo difficile da narrare, troppo misteriosa. C'è un incipit che è nella hit-parade delle citazioni, è la frase con cui Lev Tolstoj apre il suo Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». Francesco De Nardo, invece, è riuscito a ri-costruire una famiglia felice (o, almeno, serena) che non assomiglia a nessun'altra, una famiglia che tiene insieme una nuova compagna, una figlia assassina, suo marito e il ricordo doloroso di una moglie e di un figlio brutalmente uccisi. Neanche Tolstoj sarebbe riuscito a immaginare tutto questo e nessuno di noi, per quanto impegno ci metta, riesce a immaginare come quell'uomo, quell'ingegnere tranquillo la cui vita è stata sconvolta in una notte di diciotto anni fa, abbia potuto perseverare ostinatamente, caparbiamente, ottusamente nell'amore per la figlia.

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Quando il male assume dimensioni incommensurabili, noi pensiamo a Hitler, allo sterminio di milioni di innocenti, e il dittatore con i baffetti e la zazzera diventa la personificazione del male assoluto; ci chiediamo come abbia fatto a odiare così tanto, ma la sua presenza storica in fondo ci rassicura: qualunque profondità raggiunga il male che ognuno di noi può fare, l'abisso inspiegabile della perversità hitleriana sarà sempre più profondo. Al contrario, la vicenda di Francesco De Nardo ci costringe a chiederci come lui abbia fatto ad amare così tanto, a perdonare così tanto e questo ci inquieta perché dimostra che è possibile essere infintamente migliori di come siamo. Francesco De Nardo è una presenza disturbante perché vanifica le nostre polemiche sullo sconto di pena concesso a Erika, sul suo diritto o meno a sorridere ancora (dopo tutto quello che ha fatto!), sul suo diritto o meno a giocare a pallavolo, a laurearsi o, come abbiamo scoperto in questi giorni, a sposarsi e a rifarsi una vita. Tutto questo, che ci ha fatto discutere nei bar, che ha fatto accapigliare gli opinionisti nel talk show, per il padre di Erika è roba superata e non da oggi, è superata fin dalla prima visita in carcere, è stata superata giorno per giorno, nella scelta di continuare a stare vicino a quella figlia che gli aveva distrutto la famiglia, nel gesto coraggioso del non rinnegarla. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici», così recita il Vangelo di Giovanni, ma, pur senza alcun intento blasfemo, vorrei insinuare un dubbio: e se non fosse quello l'amore più grande? E se l'amore più grande, anziché morire per chi si ama, fosse continuare a vivere nell'amore assieme a chi ci ha portato via tutto? Perché morire è il tormento di attimo, ma vivere accanto a una figlia come Erika è una prova straordinariamente lunga.

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Nell'affrontarla Francesco De Nardo è stato ed è titanico; la sua ottusità, così l'ho chiamata, è chiusura in senso proprio, chiusura ai richiami dell'odio. E allora ci verrebbe voglia di chiedere al padre di Erika quale sia il segreto della sua grandezza; vorremmo domandargli la ricetta del suo coraggio, vorremmo chiedergli di tenere dei corsi ai nostri figli, alla gente che incontriamo per strada, ai nostri politici e soprattutto a noi stessi, dei corsi per imparare quello che, malgrado le formulette rimasticate al catechismo, non siamo mai riusciti a fare veramente nostro. O forse basterebbe fargli raccontare nel dettaglio la sua storia, fargli descrivere il suo stato d'animo nel parlatorio del carcere o il giorno della discussione della tesi di Erika, ma il gigantesco sforzo di Francesco De Nardo si nutre di una riservatezza assoluta e la sua ricetta per la felicità che sfida il dolore più grande è come un'ombra proiettata su un muro nella semioscurità: possiamo immaginarla, intuirla, ma se avessimo l'ardire di accendere i riflettori, quell'ombra svanirebbe. E allora non ci resta che osservarla di lontano questa storia, senza avere la pretesa di capirla: per metterci in discussione ci basta sapere che c'è.

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