Google e il diritto all'oblio: «Non vale fuori dall'Europa»

Mercoledì 25 Settembre 2019 di Claudia Guasco

Se la rete è senza frontiere, il diritto all'oblio invece non è globale. La Corte di giustizia Ue ha ribaltato la sentenza della Commissione francese dell'informatica e delle libertà (Cnil), che nel 2016 ha inflitto a Google una multa da 100 mila euro per non aver applicato diritto all'oblio. Ovvero l'eliminazione dei link a siti contenenti informazioni superate, che potrebbero però avere ripercussioni negative sulla vita dei protagonisti: piccoli guai giudiziari vecchi di anni o video imbarazzanti durante una festa in un villaggio vacanze. Non si tratta di cancellare dal web le informazioni sgradite, ma di deindicizzarle dai risultati di una ricerca, rendendo così più difficile imbattersi in esse.

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NUOVE CONTROMISURE
Nel verdetto, che non può essere impugnato, la Corte fa però un passo in più, obbligando Google a «adottare misure sufficientemente efficaci per garantire una tutela effettiva dei diritti fondamentali della persona interessata», anche accompagnando la rimozione dei link «a misure che permettano effettivamente di impedire o quantomeno di scoraggiarli seriamente dal farlo agli utenti di internet che effettuano una ricerca sulla base del nome dell'interessato da uno degli Stati membri di accedere, attraverso l'elenco dei risultati visualizzato in seguito a tale ricerca mediante una versione extra Ue del suddetto motore, ai link oggetto della domanda di deindicizzazione».
Negli ultimi cinque anni Google ha ricevuto oltre 850 mila richieste di eliminazione, che hanno riguardato link verso 3,3 milioni di siti, con un gran numero di cause da parte di chi si è visto rifiutare la richiesta di rimozione.

I DATI SENSIBILI
Come quella intentata nel 2015 da un utente che si è rivolto alla Cnil, la quale a sua volta ha ordinato al colosso di Mountain View di deindicizzare i suoi dati sensibili a livello globale. Richiesta accolta solo in parte da Google, che ha introdotto una funzione di blocco geografico: in Europa non si potevano più vedere i link, nel resto del mondo sì. Perciò è scattata la multa per «violazione del diritto all'oblio». La società ha presentato ricorso, sostenendo che la decisione dei giudici francesi avrebbe potuto scontrarsi con le leggi di altri Paesi e trasformarsi in censura totalitaria. E ora la Corte di giustizia accoglie la tesi, rimarcando che per rispettare pienamente il diritto all'oblio è necessario un intervento a livello mondiale. Poiché in molti Stati non esiste o viene applicato in modo diverso, l'obbligo di deindicizzazione non può essere esteso a tutti i motori di ricerca di un gestore. Un principio già affermato nel 2014 della stessa Corte, che ha dato ragione a un cittadino spagnolo imponendo a Google Spagna di rimuovere i link a due articoli pubblicati da La Vanguardia oltre dieci anni prima. La piattaforma ha deindicizzato, decidendo caso per caso, i contenuti denunciati, senza uscire dai confini europei.

SUPER MULTA
«Dal 2014 ci siamo impegnati per implementare il diritto all'oblio in Europa e per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all'informazione e la privacy. È bello vedere che la Corte abbia condiviso le nostre argomentazioni», commenta il Senior privacy counsel di Google, Peter Fleischer. Il gruppo tuttavia ha ancora un conto in sospeso con la Francia: l'authority parigina ha comminato alla multinazionale una super multa da 50 milioni per la gestione dei dati personali nel Paese, giudicata poco trasparente. Google ha presentato ricorso e anche in questo caso il risultato del procedimento potrebbe scrivere una nuova pagina del diritto informatico europeo.
 

Ultimo aggiornamento: 16:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA