È morto Leon Max Lederman, premio Nobel per la Fisica: sua la definizione «particella di Dio»

Giovedì 4 Ottobre 2018
Leon Max Lederman

E' suo il termine "particella di Dio": addio al fisico statunitense Leon Max Lederman, premio Nobel per la Fisica nel 1988 per i suoi studi sui neutrini, appassionato divulgatore scientifico. E' morto ieri all'età di 96 anni a Rexburg, città nello stato dell'Idaho.

L'annuncio della scomparsa è stato dato dal Fermi National Accelerator Laboratory (Fermilab), che ha sede a Batavia, vicino a Chicago, di cui Lederman è stato direttore dal 1978 al 1989. Era professore emerito dell'Illinois Institute of Technology ed è stato professore (1989-92) alla University of Chicago. Nel 1991 è diventato presidente dell'American Association for the Advancement of Science. Lederman ha fornito contributi fondamentali alla fisica sperimentale delle particelle elementari.

Nel 1961 ha rivelato per la prima volta i neutrini associati ai muoni (la cui esistenza era stata prevista teoricamente), realizzando un fascio di neutrini ottenuti dal decadimento di mesoni prodotti dal protosincrotrone di Brookhaven. Nel 1977 ha scoperto la particella Υ, aprendo la via alla fisica del quark b. Per le ricerche sul neutrino ha ricevuto nel 1988 con Melvin Schwartz e Jack Steinberger il Nobel. Nel 1992 è stato insignito dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti d'America del Premio Enrico Fermi.

Lederman è noto anche per aver coniato il neologismo presente nel titolo del suo libro del 1993, «La particella di Dio. Se l'Universo è la domanda, qual è la risposta?» (tradotto in italiano da Mondadori nel 1995), in riferimento al bosone di Hoggs, poi scoperto ufficialmente nel 2012. Assieme a David Schramm ha scritto «Dai quark al cosmo» (Zanichelli, 1991). Per Bollati Boringhieri, assieme a Christopher Hill, ha pubblicato «Fisica quantistica per poeti» (2013) e «Oltre la particella di Dio. La fisica del XXI secolo» 

Nato a New York il 15 luglio 1922 da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica, Lederman ha compiuto gli studi universitari alla Columbia University, dove ha ottenuto il Phd in fisica (1951), e nella quale ha ricoperto il ruolo prima di professore associato (1954-58) e poi di ordinario di fisica (1958). Dal 1973 ha lavorato nei laboratori di fisica nucleare del Fermi National Accelerator Laboratory presso Chicago, che poi ha diretto dal 1978 al 1989, assumendo infine il titolo onorifico di direttore emerito. Lederman era membro di prestigiose istituzioni, tra le quali l'American Physical Society e la Società italiana di fisica.

Nel corso della sua brillante carriera di ricercatore è stato insignito di numerose onorificenze. Nel 1988 ha ricevuto il premio Nobel per la fisica per un'importante ricerca risalente al 1961 (che condusse assieme ai fisici statunitensi Melvin Schwartz e Jack Steinberger), che ha portato alla scoperta del secondo neutrino, ovvero un muone neutro, aprendo nuove opportunità allo studio più profondo della materia. Lederman, Schwartz e Steinberger realizzarono un esperimento che fece epoca: concentrarono un fascio di protoni contro un bersaglio di berillio, con produzione di notevole quantità di particelle. Facendo passare tali particelle attraverso una parete di lastroni di acciaio dello spessore di 14 m, i tre fisici riuscirono a intercettarle tutte, a eccezione dei neutrini, identificati come tali tramite appositi rivelatori. 

Nel corso di 8 mesi di indagini furono osservati in tutto 51 di questi eventi, ma è stato calcolato che in realtà il numero di neutrini prodotti dovrebbe essere pari ad almeno 100.000 miliardi. Ciò fornì una misura della difficoltà di rilevazione dei neutrini, dovuta principalmente alla loro elevata capacità di penetrazione nella materia. Tuttavia fu possibile identificare con chiarezza due tipi di neutrini, uno associato all'elettrone di cui già era nota l'esistenza, e l'altro associato al muone. Questa scoperta ha fornito anche un importante contributo alla comprensione di come forza elettromagnetica e nucleare debole (responsabile del decadimento radiattivo beta) siano da considerare quale manifestazione di un unico tipo d'interazione, quella elettrodebole.

Ultimo aggiornamento: 5 Ottobre, 10:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA