Umberto Eco, la scomparsa di un maestro | Domande e risposte per capire il mondo. «Il modello del futuro? La solitudine assoluta»

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di Alessandro Barbano

Quest'intervista a Umberto Eco, pubblicata in versione più ampia sul Mattino oggi in edicola, è contenuta nel libro «Dovre andremo a finire» che Alessandro Barbano ha pubblicato nel 2011 per i tipi di Einaudi Stile libero.

Umberto Eco, siamo riuniti al congresso intergalattico di studi archeologici Sirio 5° del 144° anno matematico, per discutere la vestigia di quella antichissima civiltà che fiorì nella penisola italica prima che la catastrofe del 2020 dell'era antica, anno uno dell'esplosione, ne cancellasse ogni traccia. A suscitare la curiosità e l'interesse scientifico dei partecipanti è il fatto che nella criptobiblioteca italiana, ritrovata sotto le macerie di un enorme teatro di pietra chiamato Colosseo, non si rinvengono opere di alcun valore letterario risalenti ai due o tre decenni immediatamente precedenti all'esplosione, dopo la pubblicazione di un romanzo certamente famoso, poiché ritrovato in decine di copie, intitolato «Il nome della rosa», che molte cose ci insegna sull'idiosincrasia di quel popolo per l'ironia e la comicità. Si perviene alla conclusione che tra il 1980 e il 2020 dell'èra antica la letteratura italiana sia andata incontro ad un processo di estinzione?
Questa domanda parafrasa l'inizio di una mia parodia, pubblicata su Diario minimo nel 1961, nella quale gli archeologi vissuti dopo la terribile esplosione trovavano i testi delle canzonette degli anni Cinquanta e le interpretavano come i vertici della poesia del nostro secolo. L'avevo scritta per divertimento, poi ho saputo che era stata discussa in alcuni dipartimenti di letteratura greca, dove ci si è chiesti se noi non abbiamo forse fatto lo stesso errore con i frammenti dei lirici greci che i ragazzi studiano a scuola. Magari i versi di Alcmane del VII secolo avanti Cristo «Dormono gli uccelli dalle lunghe ali» erano canzonette dell'epoca, al pari di Grazie dei fiori di Nilla Pizzi. Lei ipotizza invece che l'unico testo trovato sotto le macerie del Colosseo sia Il nome della Rosa e che questa circostanza sia segno di una degenerazione della letteratura. È uno sport molto italiano quello di interrogarsi a ogni stagione se chiuderà la Feltrinelli, se è morto il romanzo, se il libro sarà superato dall'ebook, se i giovani non leggeranno più. Ho 78 anni, ho iniziato a leggere che ne avevo sei, quindi sono 72 anni che mi trovo di fronte a simili quesiti sul futuro. In realtà non credo al declino della letteratura e non credo che si possono fare previsioni per così dire scientifiche. Se un'opera è importante lo si sa di solito cento anni dopo che è stata scritta. Quando Manzoni pubblicava I Promessi sposi, c'era probabilmente chi ha pensato: ma che roba è questa? Certo, chi dicesse che oggi in Francia mancano grandi figure alla Jean-Paul-Sartre e alla André Malraux si avvicinerebbe alla realtà. Ma questo non impedisce che tra cinquant'anni non si possa scoprire che proprio quest'anno a Parigi era nato il nuovo Proust e nessuno se n'era accorto (...)

Lei intende il postmoderno come il tempo del pluralismo assoluto, in quanto reazione a un eccesso di consapevolezza storica. Non c'è il rischio oggi che esso produca una sorta di neutralità metastorica in cui tutto degrada nell'indifferenziato e nel conformismo? Che cioè in letteratura si produca quello sciame che già vediamo nella dimensione sociale?
Intanto è molto difficile dire cos'è il postmoderno, poiché ciascuno lo intende a modo proprio. Ho cercato di definirlo in termini miei in un testo che si chiama Postille al nome della rosa e che è stato poi pubblicato in appendice alle edizioni successive del romanzo, proprio perché qualcuno ha detto che Il nome della rosa è un romanzo postmoderno. Il mio ragionamento si articolava partendo dalla seconda considerazione inattuale di Nietzsche, il quale appunto diceva: «Noi siamo oppressi dalla coscienza storica». Il Novecento artistico è stato anzitutto rivolto contro la consapevolezza storica e il peso della storia su di noi. Che cosa sono state le avanguardie se non un tentativo di scrollarsi di dosso questo fardello? Prima la deformazione della figura umana, poi l'astrattismo, fino alla tela bianca, al silenzio nella musica, al mito di un azzeramento radicale della storia. Ora se c'è una caratteristica comune al postmoderno, è stata il recupero di una coscienza storica, ma in un modo che definirei ironico. (...)

E se avesse ragione Milan Kundera quando dice che l'Europa non è riuscita a pensare la propria letteratura come un'unità storica e in questo consiste il suo fallimento intellettuale?
Non sono del tutto d'accordo, e per niente se la critica si riferisce all'Italia di oggi. Si è mai chiesto perché esistono in America e Inghilterra cattedre di letteratura comparata e in Italia quasi nessuna? (...)

Ma il Kitsch, tratto estetico supremo della modernità, è un effetto della rivoluzione tecnologica sui gusti o o sciropposo cascame del secolo romantico sui nostri giorni?
Credo che il Kitsch sia un fenomeno eterno. Il prendere qualcosa che ha le apparenze dell'arte per giustificare dei piaceri puramente sensuali. Un poeta come Guido Gozzano lo rintraccia in quelle «buone cose di pessimo gusto» che affollavano il salotto di nonna Speranza: «Le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro». Senonché lo straordinario potere del kitsch sta nel fatto che a distanza di tempo s'impone al gusto comune e non ci si accorge più che si tratta di kitsch.

Ma non le pare che il Kitsch oggi, più della stessa volgarità, incarni il mito dell'antivolgarità?
Dal famoso saggio di Susan Sontag del 1964 a oggi il Kitsch è andato incontro prima a uno sdoganamento, poi a un recupero intellettuale un po' snob. La stessa Pop art è stata a modo suo una sorta di redenzione del Kitsch. Nel frattempo i nanetti da giardino esistono sempre e c'è chi ancora va a comprarseli. Se una metafora mi è consentita, il problema oggi non è quello di rinunciare ai nani, ma di disporli in giardino in maniera provocatoria. E per riuscirci occorre un'estetica postmoderna, fondata sull'ironia, l'unica capace di riscattare il cattivo gusto. (...)

Ma se la serialità ha ucciso lo stupore, l'aspirazione verso un ritorno all'essenziale è un'utopia o una meta che la letteratura deve inseguire?
La letteratura è sempre riuscita a rendere eccezionale la cosa comune. Se è grande letteratura, può occupare dieci pagine per descrivere il mio pollice e renderlo essenziale. Continuerà a farlo. Comtinuerà a farci vedere il senso del mondo nel fondo di una tazzina di caffè.

Nel suo «Diario minimo» del 1961 lei scriveva che «l'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente come si indossa per alcuni minuti davanti ad uno specchio un abito altrui, senza neppure pensare di possederlo un giorno». Non le pare che in cinquant'anni le cose siano un po' cambiate? Oggi i modelli spazzatura della tv sono diventati l'ideale dell'io delle giovani generazioni. Vuol dire che il processo di mediatizzazione della società a distanza di mezzo secolo è compiuto? Che in quel ribaltamento tra i mezzi e fini nel rapporto tra media e realtà, tra tecnologia e cultura, la comunicazione oggi non è solo in grado di condizionare la realtà, ma è diventata essa stessa realtà, o quantomeno una parte di essa?
Si è così. Quando scrivevo la fenomenologia di Mike Buongiorno, dicevo che lui aveva fatto sì che il modello non fosse più il superman ma l'everyman, l'uomo comune. Da tempo il modello è diventato l'essere inferiore, la pupa assolutamente e dichiaratamente cretina, il protagonista della Corrida in quanto più stupido di tutti noi. È successo dal Grande Fratello in poi. Mike offriva ancora un modello civile. Non era il professore universitario ma era il ragionier Fantozzi, forse non sapeva chi era Rossini. Adesso il modello è lo scemo del villaggio, quello a cui una volta pagavano da bere all'osteria perché facesse le mattane e ballasse sui tavoli. La gente è sempre andata a vedere i circenses, i cristiani sbranati dai leoni, è stata sempre crudele con lo zoppo e il gobbo prendendoli in giro. Ma c'era un'educazione ufficiale che biasimava questi comportamenti. Oggi non solo essi avvengono sotto i riflettori della telecamera, ma la televisione li legittima come modello. È scomparso il Super-Io dalla cultura civile del nostro tempo.

Internet è un mondo parallelo al mondo reale della nostra esperienza quotidiana, dei sogni, delle passioni, delle emozioni. Cosicché una parte di questi sogni ed emozioni sono transitate dal reale al virtuale attraverso un processo di scissione. C'è il sesso reale e il sesso virtuale, talvolta convivono nella stessa persona. L'io diviso è il modello del nostro futuro? Oppure i mass media risolveranno questa scissione in un sincretismo di tutti i modelli e di tutti i valori possibili?
Credo che il modello del futuro resti la solitudine assoluta. La vedi nel poveretto che passa ventiquattr'ore al computer a chattare con un maresciallo dei carabinieri che si fa passare per un'avvenente avventuriera russa. E la vedi anche nel disgraziato che sul treno sta attaccato per tutto il viaggio al telefonino. Ho paura che con le tecnologie stiamo scavando un solco tra noi e il mondo reale. La virtualizzazione è un fenomeno di massa, si sviluppa dal basso e ci porta verso un futuro di pantamasturbazione. (...)
Domenica 21 Febbraio 2016, 10:12 - Ultimo aggiornamento: 22-02-2016 07:29
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