Maram al-Masri, la voce poetica della Siria ferita in un reading a Napoli

La poetessa siriana Maram al-Masri
di Donatella Trotta

La Siria, per lei, è «una ferita che sanguina». Maram al-Masri lo scrive negli struggenti versi della raccolta poetica Arriva nuda la libertà, tradotta dall’arabo in italiano da Bianca Carlino e pubblicata da Multimedia edizioni: la natìa Siria, per Maram, è infatti «mia madre sul suo letto di morte/ È la mia infanzia sgozzata/ il mio incubo e la mia speranza/ la mia insonnia e il mio risveglio». E nel canto di Maram, la Siria è anche «l’orfana abbandonata/...una donna violentata/ da un vecchio mostro/ abusata, prigioniera/ costretta al matrimonio», «l’umanità che soffre», «una bella che canta un’ode/ alla libertà/ ma le hanno tagliato la gola». Ma soprattutto, per Maram, la Siria - dove è nata a Lattakia, nel 1962 - «È il popolo dell’arcobaleno/ che splenderà dopo la tempesta/ e la folgore».

Dolore e speranza, dolcezza e ribellione, introspezione intimistica e sguardo universale si intrecciano nell’opera poetica della scrittrice - esule dal 1982 in Francia - Maram al-Masri, tradotta in otto lingue e non a caso unanimamente considerata una delle voci più intense e insieme delicate del mondo letterario arabo, dove anche una figura del calibro di Adonis l’ammira. Protagonista di un impegno intellettuale contro ogni violazione di diritti, soprattutto femminili, domani - sabato 23 gennaio alle ore 19 - l’autrice siriana Maram al-Masri terrà un reading nello spazio della Galleria Hde di Francesca Di Transo in via Fiorelli 12. L’evento, organizzato da Barbara Waschimps in collaborazione con la Casa della Poesia di Sergio Iagulli, sarà accompagnato dalla musica di Massimo Mollo alla chitarra, chitarra battente e mandola: strumenti a corde che meglio si prestano a interagire con l’armonia lirica di una dissidente, testimone militante dello sradicamento, e dello spaesamento globale, provocati dallo scandalo dei conflitti. Di ogni segno.

Cifra dominante, nei versi spesso brevissimi, icastici e apparentemente semplici di Maram, definita «poetessa della naiveté», sono la nostalgia - tipica di chi è costretto a vivere lontano dalla propria terra - ma anche l’impossibile possibilità dell’amore e le difficoltà dell’essere donna, ad ogni latitudine. In «Io e la mia felicità», ad esempio, scrive: «Io e la mia felicità/ aspettiamo/ le vibrazioni dei tuoi passi»; mentre altrove ammette, sempre in versi: «Le donne come me/ non sanno parlare;/ la parola ...rimane/ di traverso in gola/ come una lisca/ che preferiscono inghiottire./ Le donne come me/ sanno soltanto piangere/ a lacrime restie/ che improvvisamente/ rompono e sgorgano/ come una vena tagliata./ Le donne come me/ sopportano gli schiaffi,/ senza osare renderli./ Tremano di rabbia/ e la reprimono./ Come leoni in gabbia,/ le donne come me/ sognano/ di libertà».

Il suo sguardo abbraccia con empatia le donne, e le madri, ma anche i bambini e la condizione dello straniero: temi di incandescente attualità in un mondo iniquo nel quale, come ha sottolineato proprio a Napoli papa Francesco, siamo in fondo tutti migranti. E non è solo la storia autobiografica a (s)muovere allora i versi di Maram, residente a Parigi, formatasi tra Damasco e l’Inghilterra e costretta, dopo la fine del suo matrimonio e il ritorno di suo marito in Siria, ad essere privata anche del figlio per tredici lunghi anni. ”Anima scalza“, Maram ha infatti trovato proprio nella scrittura la linfa vitale per il suo grido silenzioso, covato come il sogno di libertà e di pace di tante donne in condizioni analoghe alle sue. E il senso del suo canto radicale, modulato a partire dalle piccole cose, come le mirycae pascoliane, si espande così in diversi paesi dove la scrittrice partecipa a festival internazionali, vince premi (come quello del Forum culturale libanese, in Francia nel 1988) e pubblica le traduzioni dei suoi libri: in Italia, a parte il volume collettaneo Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee, pubblicata da Mondadori nel 2007, sue poesie si possono leggere anche in Ciliegia rossa su piastrelle bianche (2005 e 2007), Ti minaccio con una colomba bianca (2008), Ti guardo (2009, in Spagna tra i primi dieci libri di versi più venduti), il già citato Anime scalze (2011) e Arriva nuda la libertà (2014), mentre il suo ultimo lavoro è Le rapt, del 2015. 

Forse per questo, con un sorriso luminoso come i suoi  occhi felini incorniciati da lunghi capelli neri, Maram ha così spiegato, in un’intervista a Samir Galal Mohammed del 2014, la chiave interpretativa della sua scrittura: «Scrivere è imparare a conoscere se stessi, nella propria nudità, nei pensieri più intimi. Scrivere, per me, è come morire davanti a una persona che ti osserva senza muoversi. È come annegare mentre una nave ti passa vicino, senza vederti. Scrivere significa essere quella nave che salverà chi sta annegando, è stare sull’orlo di una scogliera e aggrapparsi a un filo d’erba. Quando scrivo, il mio io è quello dell’altro, e questa convinzione mi aiuta a liberare me stessa, a mettermi a nudo. Tuttavia, far valere la mia poesia e cercare di meritare il corrispettivo titolo, mi mette in pericolo - è uno scandalo che implica tanta sofferenza». Lo scandalo della verità che, come il dolore, è spada piantata nella carne della vita, a separarla dall’effimero.
Sabato 23 Gennaio 2016, 00:30 - Ultimo aggiornamento: 23-01-2016 00:31
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