Maria Pirro
PRONTOSOCCORSO di
Maria Pirro

«Blue whale, il gioco al suicidio
che gli adulti non comprendono»

Mercoledì 31 Maggio 2017 di Maria Pirro
«La "sfida" finale è un invito quasi diretto al suicidio. Per questo, l’etica e la deontologia impongono grande responsabilità, anche per evitare episodi emulativi». Lo afferma Antonella Bozzaotra, presidente dell'Ordine degli psicologi in Campania, che aggiunge: «Il Blue whale è difficile da "ingabbiare" in regole standardizzate e richiede uno studio approfondito che non ci consente, al momento, di emettere sentenze. Occorre andare più a fondo per verificare, capire ed evitare, da una parte, la classica caccia alle streghe e, dall’altra, il rischio di minimizzare». 

Come comportarsi?
«Per provare ad andare più a fondo ritengo innanzitutto che si debba spostare l’obiettivo dai protagonisti del "gioco" alle persone che sono intorno, innanzitutto gli adulti". Come spesso accade quando si è alle prese con un nuovo fenomeno, il rischio è quello di volerlo inquadrare usando le categorie tradizionali. Lo stesso utilizzo dei social network rendono il Blue whale difficile da «ingabbiare» in regole standardizzate e richiede uno studio approfondito che non ci consente di emettere sentenze. Occorre andare più a fondo per evitare, da una parte, la classica caccia alle streghe e dall’altra il rischio di minimizzare e semplificare il tutto. In particolare sulla 
I genitori, innanzitutto.
«L’età adolescenziale genera nei genitori una sensazione di paura perché si trovano di fronte al cambiamento e hanno difficoltà a riconoscere i propri figli. Anche loro rischiano di "spiaggiarsi" ed è evidente come il Blue whale alimenti queste paure. Le difficoltà nello svolgere al meglio la funzione genitoriale e l’incomunicabilità tra genitori e figli possono portare alcuni adolescenti, particolarmente vulnerabili, ad avvicinarsi a questa sfida, magari per misurarsi con i loro amici. Dall’altra parte trovano un loro coetaneo, che parla il loro stesso linguaggio e che è pronto ad ascoltarli e ad accoglierli per poi manipolarli. “Siamo figli di una generazione morta” è uno degli slogan legati al "gioco" che si leggono su internet. Non a caso Philipp Budeikin, studente di psicologia, ideatore del Blue whale e attualmente in carcere con l’accusa di istigazione al suicidio, non ha mostrato segni di pentimento dopo l’arresto e la confessione. “Ho fatto morire quelle adolescenti – ha dichiarato – ma loro erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”». 
Quanto vale una vita?
«Per chi accetta le regole del Blue whale la vita diventa un gioco e vale quanto un gioco, nel quale il reale si mescola al virtuale».
Lo dimostrano gli stessi post sui social. Li ha analizzati? 
«Esatto. Yulia Konstantinova, 15 anni, e Veronika Volkova, 16 anni, sono due delle ragazze russe che si sono spinte fino al suicidio, ma prima di compiere un gesto così forte hanno scritto un post sul loro profilo con la parola "fine". La gran parte delle prove da affrontare, inoltre, devono essere documentate con foto o video su internet».
Dalla realtà al mondo virtuale, e ritorno.
«Al di là dei possibili effetti psicologici, le prove da superare hanno ripercussioni anche dal punto di vista fisico. A cominciare dalla sveglia alle 4,20 e la visione di film horror durante la notte». 
Quali problemi causa la privazione di sonno?
«Altera il ritmo sonno-veglia e crea squilibri, stanchezza e problemi di concentrazione».
Invece, che significato hanno i gesti di autolesionismo?
«Il cutting o le incisioni sulla pelle possono essere lette anche come un modo per riprendere il contatto con la realtà e tornare a sentirsi vivi attraverso il dolore. Più in generale, accettare e superare sfide sempre più difficili, può dare un senso di gratificazione e rafforzare questo legame perverso tra il "curatore" e l’allievo». Ultimo aggiornamento: 14-06-2017 19:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA