Caserta al voto: Marino spera nel bis, centrodestra diviso e boom di civiche

Mercoledì 29 Settembre 2021 di Lorenzo Calò
Caserta al voto: Marino spera nel bis, centrodestra diviso e boom di civiche

«Prima eravamo solo la periferia di Napoli, ora siamo anche quella di Salerno». I Casertani hanno legittimamente una grande considerazione di sé, hanno difeso strenuamente la «casertanità» durante l’era napolicentrica di Bassolino e oggi non ci stanno a vedersi confinati come estrema landa dell’impero deluchiano. Poi, campanilismi a parte, i problemi sono tutti lì da anni perché, da Bassolino a Caldoro a De Luca, la città è rimasta sostanzialmente immobile, paralizzata tra lo sforzo di darsi una vocazione e una dimensione turistica e l’incapacità di imporsi un ordine urbanistico, una propria dimensione produttiva e imprenditoriale, un’autonoma specificità culturale in grado di andare oltre il polo vanvitelliano della Reggia. E così Caserta ritorna alle urne facendo i conti con le contraddizioni irrisolte di sempre e con il solito album di foto, sogni e promesse che questa volta i «magnifici sette» candidati alla carica di sindaco scodellano agli elettori. 

Ai blocchi di partenza 31 liste, 753 candidati per 32 seggi a Palazzo Castropignano. Un tempo Caserta e provincia rappresentavano una roccaforte pressoché inespugnabile del centrodestra: viene da lì anche il sindaco uscente, l’avvocato Carlo Marino, oggi nel Pd dopo essere stato anche renziano di ferro, forte del suo ruolo di leader campano dell’Anci e di un rapporto consolidato con il governatore De Luca che ha scelto come proprio riferimento politico sganciandosi dalla divisione correntizia dei Dem. Nel 2016 Marino si impose al ballottaggio battendo 62,7 contro 37,2 l’ex presidente della Provincia ed europarlamentare Riccardo Ventre, ultimo alfiere di un centrodestra già allo sbando. «Segui la strada maestra» è lo slogan scelto da Marino che in cinque anni di amministrazione ha operato rimpasti e cambi di esecutivo imbarcando anche spezzoni della società civile e delle professioni che non erano mai stati di sinistra. Oggi con lui sono schierate sette agguerritissime liste (con i simboli del Pd e Iv), tanto forti da far intravedere il rischio che il candidato sindaco possa finire, a livello di preferenze, sotto la coalizione.

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Scontato che Marino arrivi al ballottaggio, un centrodestra senza guida, senza autorevolezza e senza strategia ha pensato bene di dividersi e proporre due calibri da novanta su bastioni contrapposti. Così, quello «tradizionale» ha puntato su Gianpiero Zinzi, consigliere regionale della Lega, campione di preferenze (l’anno scorso ne ha totalizzate 15.825 salvando la faccia al partito di Salvini), volto tanto giovane per le foto quanto già navigato per la politica. Ma il campo dei moderati è occupato anche da un’altra figura, a suo modo iconica per la città e per molti casertani: quella di Pio Del Gaudio, ex sindaco, inciampato in un incredibile errore giudiziario dal quale è riemerso prosciolto, riabilitato e risarcito dallo Stato, e ora desideroso «per soddisfazione personale» di riconquistare quello scranno di primo cittadino dal quale una maldestra inchiesta della magistratura lo aveva ingiustamente disarcionato. Lo scontro è fratricida. Del Gaudio è un ex An, uomo di centrodestra con buoni rapporti a Roma: con lui nove liste civiche e l’adesione di Coraggio Italia, la formazione guidata dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Con Zinzi otto formazioni con Fdi e Lega che, annusando la possibilità di vittoria, hanno spedito a Caserta i big nazionali: Salvini, Meloni, Giorgetti, Molteni, Garavaglia. L’eventuale voto disgiunto chiarirà molti misteri sulle preferenze degli elettori; ecco perché sia dalle parti di Marino, sia da quelle di Zinzi, si cerca di «blandire» Del Gaudio e la sua truppa. Non si sa mai. Gli altri quattro candidati in corsa rappresentano quel polo civico da sempre vitale e fervente in una città in cui il dibattito e il confronto non sono mai mancati: Romolo Vignola, Ciro Guerriero, Raffaele Giovine ed Errico Ronzo.

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Campagna elettorale asfittica, irta di polemiche (Marino che chiama Zinzi «piccolo Petain» e lui che risponde per le rime) e condita di trappole e trabocchetti come il divieto imposto dal Comune di fare comizi in centro per dirottare gli incontri in periferia ed evitare effetti negativi su una movida sempre più violenta, rumorosa e indisciplinata. La matassa è stata sbrogliata dal prefetto Raffaele Ruberto con una soluzione salomonica: comizi in centro ma solo di giorno. Nel frattempo la città attende il policlinico universitario (monumento allo spreco e ai ritardi della burocrazia) inaugurato quattro volte (una da Bassolino, una da Caldoro e due da De Luca) ma mai concluso. I lavori sono ripresi lo scorso gennaio e dovranno essere conclusi entro 32 mesi. Vedremo. Altro scontro è sulla costruzione di un biodigestore per il trattamento dei rifiuti, progetto da cinque milioni di euro, ma con gap di base non da poco: sorgerebbe a 800 metri in linea d’aria dalla Reggia. Ultima chicca: un possibile buco di 18 milioni in bilancio a causa di fondi vincolati che potrebbero rappresentare un macigno sulle casse di un Comune appesa uscito a fatica da due dissesti finanziari. Il terzo sarebbe esiziale.

Ultimo aggiornamento: 16:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA