Quando Napoli era capitale della musica: il libro di Prisco

Martedì 9 Novembre 2021 di Ugo Cundari
Quando Napoli era capitale della musica: il libro di Prisco

Napoli, estate del 1770. Per le strade della città gira un tedesco con il figlioletto, neanche 14 anni, prodigio. Lo fa esibire non appena ne ha la possibilità, è un bravissimo clavicembalista. Il ragazzino si chiama Wolfgang Amadeus Mozart e nella Napoli capitale della musica riscuote così tanto successo che quando torna in patria è acclamato come una star. Era a Napoli che si decretavano le celebrità musicali, qui venivano i maestri per misurarsi con il pubblico più competente d'Europa e lanciare i loro protetti. Ormai adulto e famoso, Mozart ricorderà in una lettera al padre di aver imparato in riva al golfo cosa significasse «l'uso drammatico-psicologico degli strumenti», e confesserà: «Quando avrò composto un'opera per Napoli mi si ricercherà ovunque: con un'opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania».

Un secolo dopo si stabilisce in via Toledo 210, dove tuttora c'è una targa che ne ricorda la permanenza, il pesarese Gioacchino Rossini. Arriva grazie al potente impresario, e per decenni sovraintendente dei teatri partenopei, Domenico Barbaja. Quest'ultimo, per convincerlo, gli ha affidato la direzione artistica del San Carlo e del teatro del Fondo, oggi Mercadante. Rossini, dopo un'iniziale difficoltà, è conquistato da Napoli. Gli piacciono la cucina e le donne, il clima e il cosmopolitismo. Inoltre, in città si fa musica dovunque. Sono 300 le rappresentazioni l'anno tenute nei teatri e, dopo ogni sera, nobili e ricchi borghesi si riuniscono in qualche villa sontuosa dove si suona e si parla di musica. Rossini, in una lettera a un amico tenore, scrive: «Non può essere accarezzato il tuo amor proprio che col venire nel più bel Paese d'Europa a cantare nel primo teatro del Mondo». Giuseppe Mazzini, suo grande ammiratore, scriverà: «Le melodie rossiniane paiono sgorgate tutte dalla fantasia dell'artista sotto un cielo d'estate di Napoli, in sul meriggio, quando il sole inonda su tutte le cose, quando batte verticalmente e sopprime l'ombra de' corpi. È musica senz'ombra, senza misteri, senza crepuscolo. Esprime passioni decise, energicamente sentite, ira, dolore, amore, vendetta, giubilo, disperazione».

Di Mozart, Rossini e tutti i musicisti, da Verdi a Wagner, Donizetti, Pergolesi, Paisiello, Händel, che tra il 600 e l'800 scelgono Napoli come meta privilegiata del loro Gran Tour o come città in cui stabilirsi più lungo possibile, ha scritto in Parole e vite oltre le note (Stamperia del Valentino, pagine 312, euro 28) Mario Prisco, tenendo insieme un'aneddotica sin troppo nota ai musicofili. «Nonostante la città avesse un tasso di analfabetismo elevatissimo, in pochi anni si realizza un volume di spettacoli da far invidia alle maggiori città europee e questo significa l'aumento del numero di compositori, sia locali che provenienti da altre aree italiane ed europee. Napoli assume un ruolo centrale in ambito musicale» scrive Prisco, grazie a San Carlo e San Pietro a Majella.

Felix Mendelssohn abita a Santa Lucia dall'aprile al giugno 1831. Nelle lettere ai familiari scrive di amare «la luce e il mare nudo davanti alla città». Amaro, invece, è il giudizio sulla gente: «Non avrei mai sospettato che in questo popolo potesse esservi una superstizione così profonda, e un sì forte desiderio d'imbrogliare il prossimo. Se si va a passeggio, in mezzo alla strada si piantano degli storpi che danno spettacolo delle loro infermità, oppure ci si trova, come di recente è accaduto a me, circondati da 30 o 40 fanciulli che cantano tutti il loro muoio di fame e si percuotono le mascelle per mostrare che non hanno nulla da mettere sotto i denti».

Nel 1873, all'uscita dal San Carlo, Verdi, ancora dentro la carrozza, è portato a braccia fino a casa da un pubblico commosso dopo aver assistito all'«Aida». Qualche anno prima il Paganini è incantato dai «giardini pubblici ridenti come quelli degli orti esperidi» e dalle «donne gentili». ajkovskij, in città per brevi soggiorni tra il 1874 e il 1881, non riesce a lavorare perché distratto dalla bellezza del paesaggio o, più trivialmente, perché «sotto le finestre ci sono organetti che suonano dalla mattina alla sera, senza tacere un solo istante, e mai meno di due o tre alla volta». Per Wagner Napoli è «inverosimile, e con la sua vivacità e animazione costituisce per me uno spettacolo di distrazione e d'oblio».
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