Ilva, tecnici in fuga da Taranto:
i segnali dell'addio di Arcelor

Martedì 26 Maggio 2020 di Nando Santonastaso

Indizi importanti, sfumature non trascurabili. Per molti addetti ai lavori, aziende dell'indotto e operatori dell'acciaio in testa, possono valere molto più delle dichiarazioni ufficiali. Al punto che nel giorno in cui ArcelorMittal chiede e ottiene altri 10 giorni per presentare il nuovo piano industriale, si rafforza la convinzione che l'esperienza del gruppo franco-indiano alla guida dell'ex Ilva sia ormai ai titoli di coda.

Il mancato pagamento delle fatture arretrate ai piccoli ma decisivi fornitori del territorio pugliese, ad esempio, in sofferenza ormai da mesi; i rapporti sempre più complicati del gruppo con le istituzioni locali; e soprattutto l'arrivo ormai quotidiano ad aziende del settore di decine di curriculum, soprattutto di quadri e tecnici in organico a Taranto, che cercano una nuova collocazione occupazionale, quasi come se fosse il prologo di una fuga in massa dallo stabilimento siderurgico più grande d'Europa.

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Indizi, appunto, ma concreti e documentabili che danno la misura di cosa sta realmente succedendo, al di là della dialettica tra governo e azienda sulla quale, peraltro, i dubbi delle organizzazioni sindacali, di Uilm e Fiom Cgil in particolare, si sprecano. Segnali di disimpegno e conti in rosso sembrano andare sempre più a braccetto dei tentativi dell'ad di ArcelorMittal, Lucia Morselli, di guadagnare tempo promettendo nel contempo di onorare tutti gli impegni già sottoscritti. Il colosso dell'acciaio ha perso nel primo trimestre più del 25% del fatturato, pari a oltre un miliardo, e la pandemia ha finito per rendere lo scenario a breve termine ulteriormente incerto, considerata anche la fermata globale della produzione mondiale di acciaio. La richiesta di altri mille cassintegrati ha gettato nuova benzina sul fuoco e riportato alla ribalta i dubbi, soprattutto sindacali, sull'accordo con i commissari di governo del 4 marzo scorso. In quell'occasione è stata di fatto annullata la causa civile intentata da questi ultimi dopo la minaccia di abbandono del contratto di fitto e di acquisizione degli stabilimenti italiani da parte di ArcelorMittal e fu concordato l'avvio dell'iter per ridefinire i termini del contratto stesso. Nell'accordo però è prevista anche la possibilità che il gruppo siderurgico rinunci a proseguire la sua attività pagando una sorta di penale da circa 500 milioni.

«È la mancanza di contenuti a lasciare perplessi sulla possibilità di una reale trattativa dice preoccupato Antonio Marinaro, presidente degli industriali di Taranto -. Sembra incredibile ma dopo i 12 decreti che hanno sancito la strategicità degli impianti siamo ancora alla ricerca di una governance attendibile. L'ennesimo rinvio del piano industriale, ieri, lo dimostra mentre al contrario questo è il momento decisivo per investire, in modo da garantire allo stabilimento una performance produttiva forte quando l'emergenza cesserà definitivamente e sui mercati mondiali la domanda di acciaio tornerà a crescere».
 


Taranto da tempo si sente presa in giro. «A ogni livello si ribadisce che la città dev'essere risarcita e ora rischiamo che al danno si aggiunga una beffa incredibile», dice ancora Marinaro. E spiega: «La minima parte di risanamento ambientale che è stata realizzata, come a proposito delle coperture dei parchi minerari più inquinanti, spendendo non pochi soldi, rischia di diventare parzialmente inutile se, come ci si aspetta, il nuovo piano industriale andrà sempre più verso la decarbonizzazione e dunque la prevalenza dei forni sul minerale. Ma anche la promessa di ricaduta economica è risultata vana: quei lavori di ambientalizzazione li sta realizzando un'azienda di Pordenone, altro che ricasco sulle imprese locali».

Dieci giorni per conoscere la verità, ammesso che sia molto diversa da quanto si sospetta. Di sicuro uno dei nodi giunti ancora una volta al pettine riguarda la tenuta occupazionale del più importante polo della siderurgia nazionale. ArcelorMittal non ha mai nascosto l'esigenza di sfoltire il personale, rivedendo ovviamente al ribasso le quote di produzione annuale. Si è parlato anche di 5.700 esuberi su u totale di 10.700 addetti diretti, senza valutare ovviamente l'impatto sull'indotto. Il problema esiste e anche il sempre più probabile intervento del governo, da coinvestitore come garantisce il ministro Gualtieri o da padrone assoluto se ArcelorMittal andrà via, non potrà non tenerne conto. Solo che ora c'è di mezzo anche il Covid-19 e con esso tutte le enormi incognite sulla ripresa economica e occupazionale del Paese: le nuvole all'orizzonte rischiano di trasformarsi in tempesta. 

Ultimo aggiornamento: 15:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA