Spending e sconti fisco, caccia a 23 miliardi "salva Iva"

Revisione della spesa e, soprattutto, delle tax expenditures. Come ogni anno riparte il tormentone della caccia alle risorse e sono queste le due voci tirate in ballo dai vari governi non solo per mettere in campo nuove politiche, come la flat tax tanto invocata dalla Lega ma anche per evitare i maxi-aumenti dell'Iva da 23 miliardi, temutissimi in questo caso da tutto l'esecutivo gialloverde. Nelle bozze del Def, che ancora deve essere pubblicato nella sua versione definitiva, si fa un chiaro riferimento alla necessità di mettere mano alla montagna di sconti fiscali che si sono accumulati negli anni: si tratta di 610 misure per 76,5 miliardi, secondo un recente studio dell'Ufficio Valutazione impatto del Senato, 466 voci invece secondo l'ultimo rapporto del Mef allegato alla nota di aggiornamento di settembre, di cui 120 voci valgono meno di 10 milioni.

Salvini, vertice con Conte e Di Maio: Iva non aumenta, risorse dalla crescita

Le tax expenditures sono più volte entrate nel mirino anche durante la nuova legislatura, in particolare da parte del Movimento 5 Stelle, che vorrebbe eliminare gli incentivi dannosi per l'ambiente, ma finora nessuno è mai riuscito davvero a intervenire perché eliminare degli sconti significa, almeno per qualche categoria, aumentare le tasse. Accanto alla promessa revisione delle agevolazioni fiscali i gialloverdi rispolverano anche la spending review: nella bozza del Pnr si parla di altri 2 miliardi congelati nel 2020 che salgono «in termini cumulativi a 3,5 miliardi nel 2021 e a 6 miliardi nel 2022». Un pò poco considerando che oltre ai 23 miliardi di Iva, il governo vorrebbe trovare almeno 12-15 miliardi per proporre un assaggio di flat tax per le famiglie e il ceto medio. Difficile, come spera Matteo Salvini, che le risorse possano venire dalla crescita che è prevista quanto mai anemica per quest'anno (appena lo 0,2%).

Nonostante le posizioni ufficiali che escludono categoricamente qualunque aumento di imposte, l'arma dell'Iva rimane la più facile da utilizzare per recuperare risorse da destinare ad altri interventi. E non a caso il sottosegretario Giancarlo Giorgetti si limita ad osservare che «adesso non si può ancora dire». Il nodo vero, quasi assente dal dibattito, è però quello del debito: il Def non può che certificare un suo aumento abbastanza sostenuto, al 132,6% quest'anno, mentre il piano di privatizzazioni e dismissioni da 1 punto di Pil, promesso a novembre e confermato nelle bozze del Documento, ancora non è nemmeno partito. Per tentare di accelerare l'esecutivo punta sulla riforma delle concessioni, ad oggi troppo «variegate» e basate su leggi «obsolete» con unico «comune denominatore» la scarsa redditività per le casse dello Stato. L'ipotesi, scritta nero su bianco, è quella di studiare il modo di fare confluire nel fondo per l'ammortamento del debito anche i maggiori proventi delle concessioni.

L'altra freccia nell'arco gialloverde è quella delle dismissioni immobiliari. Lo scorso anno hanno portato incassi per circa 600 milioni e per il prossimo triennio, si ricorda nel Def, dovranno portare circa 1 miliardo l'anno. Dei 47mila edifici dati al Demanio per quasi 61 miliardi però, solo 1,8 miliardi (il 3%) sono immediatamente disponibili, il resto è patrimonio utilizzato dalle pubbliche amministrazioni o storico artistico. Altra via quella di Invimit, che attraverso i suoi fondi gestisce immobili per 1,4 miliardi. Potrebbe essere questo uno dei modelli da valorizzare, anche se rimane molto lontano il target di 17-18 miliardi senza toccare i 'gioiellì di Stato. Ma al momento si esclude, dice il sottosegretario Armando Siri, di mettere sul mercato «partecipazioni delle aziende pubbliche», da Poste all'Eni, mentre si dovrà realizzare «un veicolo che possa gestire il nostro patrimonio pubblico, emettendo obbligazioni». 
Mercoledì 10 Aprile 2019, 20:37
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