Pedofilia nella Chiesa, una mamma racconta: «Mio figlio abusato dal prete»

Sabato 23 Febbraio 2019 di Franca Giansoldati

«La denuncia va fatta alla polizia o ai carabinieri. Mai alla giustizia vaticana: quella non funziona, peggiora solo le cose. Lo voglio dire a quelle mamme che, come me, vivono l’incubo di un figlio abusato da un prete». Accanto alla madre c’è il padre, entrambi sulla cinquantina, lui cuoco e lei infermiera. Ci tengono a dire che la vendetta non fa parte del loro vissuto di credenti. 

«Abbiamo perdonato quel prete, ma ora vogliamo giustizia per nostro figlio che da cinque anni non è più lo stesso». Tutta la famiglia in questi giorni si trova a Roma per seguire, dall’esterno, il summit sugli abusi. «La nostra via crucis cominciò alla fine del 2011».

Che accadde?
«Uno dei nuovi sacerdoti della nostra parrocchia, don Mauro Galli, ci chiese se quella sera nostro figlio poteva dormire in oratorio. Fece intendere che c’era tutto il gruppo degli adolescenti. Per noi non vi erano pericoli, non ci ha sfiorato alcun dubbio. Abbiamo sempre frequentato la parrocchia. Io ho tenuto anche corsi di catechismo. Nostro figlio in quel periodo faceva parte del coro e del gruppo scout. Il giorno dopo però sono stata chiamata dalla scuola. Mi chiedevano di andare a prenderlo perché stava male».

Si è preoccupata?
«Relativamente. Ho pensato che forse non aveva studiato ed era un modo (scorretto) per saltare un’interrogazione. Così sono andata trovando mio figlio in uno stato di choc. Sguardo perso nel vuoto, muto, rigido, le braccia lungo i fianchi, non reagiva. Ho firmato l’uscita, l’ho preso sotto braccio e l’ho portato in macchina. In quel momento mi sono resa conto che era accaduto qualcosa di brutto. Non lo avevo mai visto così. Gli chiedevo se avesse fumato, preso qualcosa. Abbiamo fatto tutto il tragitto in silenzio. Poi una domanda lo ha scosso. Cosa è accaduto stanotte? A quel punto si è girato. Piangeva. Gli occhi suoi non li potrò più dimenticare. Mamma è accaduto quello che si può immaginare. E ho subito immaginato cosa».

Choccante...
«A casa si è messo a letto, con le persiane abbassate, io ho chiamato mio marito e mio fratello che si sono precipitati. Da quel momento è stato un incubo per tutti noi».

Avete fatto la denuncia?
«Volevamo prima capire. Per prima cosa siamo andati dal nostro parroco, il quale interpella don Galli che però nega tutto, affermando che hanno dormito assieme ma non è mai accaduto nulla. Qualche tempo dopo però viene spostato in un’altra parrocchia, a Legnano, tra l’altro ad occuparsi di 4 oratori. La decisione di spostarlo fu presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Delpini che all’epoca era vicario episcopale. Mio figlio stava sempre peggio. Noi eravamo disperati. La psicologa di un istituto religioso che contattammo ci suggerì di aspettare a fare la denuncia alla polizia e di lasciare che del caso se ne occupasse la Chiesa. Così facemmo e siamo stati ingenui. A quel punto andammo a parlare con un prelato della curia di Milano che era responsabile della formazione dei giovani preti. Ci disse che non si poteva rovinare così un sacerdote. Si rende conto? Nostro figlio aveva persino tentato il suicidio, e lui ci parlava in quel modo. Più tardi quel vescovo è stato promosso a Brescia. Eravamo disperati. Abbiamo anche mandato a Papa Francesco una lettera per chiedergli perché, al di là delle belle parole, non vengono ascoltati davvero i patimenti delle vittime».

Il processo canonico è iniziato nel 2015, mentre nel 2014 si è aperto quello al tribunale a Milano dal quale don Galli è stato poi condannato a 6 anni e quattro mesi...
«Esatto. Abbiamo perso tanto tempo inutile seguendo la giustizia del Vaticano. Le denunce vanno subito fatte alla polizia o ai carabinieri. Mai ai tribunali della Chiesa perché lì c’è ancora un sistema che tende a demolire le vittime, denigrarle, svergognarle, umiliarle inutilmente per proteggere il potere clericale. Non trovo la misericordia verso chi ha sofferto. E la Chiesa su questo punto si gioca la sua credibilità».

Papa Francesco vi ha risposto?
«Mai»
E la curia di Milano?
«Ci sono stati versati a titolo di risarcimento 100 mila euro. Praticamente quello che finora abbiamo speso tra avvocati e spese mediche. Abbiamo anche saputo che la Chiesa ha richiesto l’appello con la motivazione che oggi la figura di un sacerdote appare, a priori, un soggetto potenzialmente colpevole in materia di abuso a danno di minori. A questo punto noi non possiamo più permetterci di sostenere le spese processuali e ci siamo costituiti parte civile. In un primo momento avevamo pensato di vendere la nostra casa ma dobbiamo pensare ai ragazzi, a farli studiare, non possiamo permettercelo».

Cosa pensa di questo summit sugli abusi?
«Glielo ho detto prima. Credo che sia l’ultima chance per la Chiesa per dimostrare veramente di essere credibile e trasparente. Al momento non è così. Tante belle parole e pochi fatti. Almeno in Italia dove tutto è davvero opaco».
 

Ultimo aggiornamento: 14:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA