Crisi di governo: da Renzi a Di Maio, i sei leader si giocano la partita della vita

Domenica 18 Agosto 2019 di Massimo Adinolfi

«Un divorzio si è consumato tra il protagonista e ciò che gli succede»: no, non è un commento sulla crisi di governo - ma c'è stata, la crisi? Ci sarà? Neanche su questo si hanno certezze, nonostante la mozione di sfiducia e la richiesta di dare immediatamente la parola al popolo -, bensì una riflessione di uno dei maggiori critici letterari italiani, Giacomo Debenedetti, sui personaggi e i loro destini nel romanzo del 900.

La prendiamo in prestito, perché descrive perfettamente quello che sta capitando agli attori principali dell'attuale fase politica. Tutti, nessuno escluso. Anzi, escluso uno, il Presidente della Repubblica, che per fortuna è l'unico che non ha ancora divorziato con la realtà. Ma, quanto agli altri, vale quanto diceva Debenedetti dei personaggi dei romanzi: «Si è rotto il rapporto di pertinenza, di legalità tra personaggio e vicenda. Come dire: tra l'uomo e il suo destino».
 
Ditemi voi, infatti, se Salvini, Conte, Di Maio, Renzi, Zingaretti, Berlusconi, hanno idea di come andrà a finire la loro storia, di quale sarà il loro destino. Nessuno si trova oggi nel punto in cui si trovava dieci giorni fa, quando il capogruppo della Lega Romeo presentava alla Camera la mozione di sfiducia. Come in una scena della Recherche, bisogna che a ciascuno di loro si domandi dunque, con qualche sconcerto: «Come, caro, voi qui? Ma che potete aver da fare voi qui?». La sola risposta che possiamo dare è quella data da Marcel Proust, in quelle pagine: «Osservo». Osserviamo, dunque.

MATTEO SALVINI
Lo start lo ha fischiato lui, il ministro dell'Interno, che in una nota aveva scritto: «Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c'è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori». In Parlamento ci si andrà solo il 20, e quanto al prendere atto di quel che c'è e di quel che non c'è le cose si sono complicate alquanto. E il Capitano, di fronte alla prospettiva che Pd e Cinque Stelle riescano a metter su una maggioranza, ha cominciato a sbandare. Ora si legge addirittura di offerte di Palazzo Chigi a Di Maio, pur di evitare di finire all'opposizione. Da asso pigliatutto a pirlacchione, per dirla con Vittorio Feltri, che pure ce l'ha in simpatia. Voleva portare il Paese al voto e fare il pieno, ha finito per mettere in allarme tutto il Parlamento e rischia di confermare la regola per cui, quando giochi all'uno contro tutti, tutti finiscono col giocare contro di te. E il risultato non è più ovvio. Lo è anzi così poco, che per la prima volta da un anno a questa parte, dopo i trionfi delle elezioni europee, si sono ascoltati mugugni persino dentro la Lega. Può ancora vincere, ma una cosa l'ha comunque già perduta: se fino a 10 giorni fa aveva lui il boccino in mano, ora non ce l'ha più.

GIUSEPPE CONTE
Chissà quante volte in questo anno di governo il premier si sarà stropicciato gli occhi, chiedendosi, come il personaggio di Proust, che avesse lui da fare nei saloni di Palazzo Chigi. Vale per lui ancor più che per gli altri: le storie inventano i personaggi, non viceversa. Ma Conte è entrato sempre di più nella parte. Vi è entrato, anzi, così bene, che adesso è forse lui il principale ostacolo a una clamorosa riappacificazione fra Di Maio e Salvini, al quale ha rimproverato pubblicamente slealtà. In dieci giorni, è diventato un punto di riferimento, un presidio democratico, una carta buona per Bruxelles e magari, in futuro, una riserva della Repubblica. Ora tutti aspettano le sue comunicazioni al Parlamento. La prima mossa ufficiale è stata di Salvini, ma la seconda è sua. E da quel che dirà si capirà anche a quale futuro politico pensa, perché certo, per la prima volta, ci sta pensando seriamente. Il che tuttavia non significa che la rottura del rapporto tra l'uomo e il suo destino non valga anche per lui, e che il precipitare delle cose non lo riconsegni, altrettanto improvvisamente da come vi è sfuggito un anno fa, al suo vecchio curriculum di professore.

LUIGI DI MAIO
Diciamo la verità: sembrava morto (politicamente parlando). Un uno-due micidiale: prima la sberla delle Europee, subito dopo un presidente del Consiglio che ti costringe ad ammainare anche la bandiera della TAV. Ma ecco che nel bel mezzo di una crisi che Di Maio aveva cercato in tutti i modi di scongiurare, ingoiando e facendo ingoiare ai Cinque Stelle praticamente di tutto, gli viene data una chance inaspettata: il governo di scopo. E lo scopo, cosa ancor più incredibile, lo indica lui! È il taglio dei 345 parlamentari. Dopodiché accade l'imprevedibile: a raccogliere il segnale è l'arcinemico Renzi. Intendiamoci: non è per nulla facile. Ma il solo fatto che, pur di impedire ogni intesa M5S-Pd, Salvini provi, a tempo ormai scaduto, a dire di sì alla riforma costituzionale, e poi sui giornali fioriscano indiscrezioni su un'offerta di premiership da parte della Lega gli deve aver restituito fiducia, e vigore (anche rispetto agli avversari interni, Di Battista e Fico). Non sarà facile, perché da un lato le profferte leghiste possono rivelarsi un bluff, e perché dall'altro i dem cercheranno di dialogare con altri esponenti grillini, che non hanno già governato con la Lega (o definito il Pd il partito di Bibbiano), a non dire che convertire il Movimento sfascia-istituzioni nell'argine responsabile a difesa della democrazia rappresentativa è una capriola non da poco. Per i grillini, e per chi deve dar credito a questa nuova veste dei Cinque Stelle. Ma ormai vale tutto: si sono inventati il mandato zero per stare nella regola dei due mandati, possono pure trasformare l'anno trascorso nei Palazzi nella versione di governo beta dei pentastellati, e ricominciare così da un'altra parte.

MATTEO RENZI
Comunque la pensiate, se Renzi non avesse sparigliato le carte, si sarebbe andati diritti e filati alle elezioni. È stato lui a rendere possibile, almeno possibile, quel che fino a un mese fa sembrava semplicemente impossibile, irreale, impensabile. Lui che aveva promesso di restare a guardare con i popcorn in mano il film del pastrocchio giallo-verde, appena ha potuto riprendersi la scena lo ha fatto. Lui che chiudeva ogni tweet con l'hashtag #senzadime ha saputo reinventarsi repentinamente in una nuova narrazione. In cui, pur di fermare Salvini, mettere in sicurezza l'ancoraggio europeo del Paese e bloccare l'aumento dell'Iva, si può scendere a patti persino con Di Maio. Non sarà Enrico IV, ma se la cosa gli riesce potrà dire qualcosa di simile: Roma val bene una messa. Se invece non gli riesce, vedrà allungarsi ancora di più, nel suo partito, la scia delle recriminazioni contro di lui. E forse anche lui dovrà ricominciare da un'altra parte, in un nuovo partito.

NICOLA ZINGARETTI
Vi ricordate l'irresistibile imitazione che Corrado Guzzanti faceva di un Prodi sonnacchioso, che eleggeva a proprio simbolo il semaforo: tutti corrono per strada, si sbracciano, mentre il semaforo se ne sta fermo, tranquillo, e prova così a governare il traffico? Forse Zingaretti è un po' così: ha altri tempi. Perché di certo Renzi arriva prima: prima chiede la sfiducia a Salvini (e il Pd segue), e prima ventila l'ipotesi di accordo coi 5S (e i Bettini e i Franceschini gli van dietro, facendola lievitare in una proposta di governo di legislatura). Zingaretti non è insomma l'uomo dei blitz e delle guerre lampo, e chissà che proprio così gli riesca se non di governare l'Italia, almeno di tenere insieme il partito. Però è chiaro che rischia pure lui, come tutti. Soprattutto se, come si vocifera, suoi emissari avevano davvero offerto a Salvini la sponda per far cadere il governo e portare il Paese alle elezioni (confidando, con l'occasione, di derenzizzare il partito). Alla fine di questa pazza crisi, lui per primo saprà se il semaforo gli riesce di farlo, ed è lui a guidare il partito, o se è il partito a guidare lui. (Verso dove, poi?).

SILVIO BERLUSCONI.
Dulcis in fundo, lui, la seconda Repubblica che mai non finisce (o non finisce di sfinire). L'autunno del patriarca si era annunciato con il sorpasso della Lega, nel 2018. Il voto alle europee ha invece fatto balenare per un attimo, dinanzi agli occhi del Cavaliere, qualcosa di più, e di peggio: la definitiva irrilevanza politica della sua creatura, Forza Italia, costringendo Berlusconi a pensare all'ultima cosa al mondo alla quale vorrebbe dedicarsi: la riorganizzazione del partito. La sola idea deve provocargli l'orticaria. Ma intanto Forza Italia perde voti, e pezzi. Toti se ne va, la Carfagna si indispettisce. Finché dal cielo piove improvvisamente la crisi, e la possibilità di un clamoroso ribaltone. Non sarà una nuova primavera ma i giochi si riaprono anche per Silvio. Il vecchio leader deve decidere se cercare un accordo con Salvini in vista del voto, e strappare il maggior numero di posizione in Parlamento per i suoi, o se invece entrare in un governo istituzionale e da lì provare a dare nuovo smalto a una versione moderata e liberale del centrodestra (che stare al governo a Berlusconi male non fa). Uno vorrebbe chiudere con l'enfasi necessaria al difficile momento e lasciare ai posteri l'ardua sentenza. Ma Berlusconi non ha tempo né cura per i posteri. E per la verità, altro che posteri: certe cose si decideranno già nei prossimi giorni, al massimo settimane.

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