Startup, allarme fondi
«Più privati che pubblici»

di Paola Rosa Adragna

Avere successo o fallire. La sottile linea che separa la riuscita di una startup dalla sua chiusura si misura in euro. Se un'idea non conquista il mercato non è sempre e solo perché non è buona. Spesso non ci sono abbastanza zeri nelle casse degli innovativi per realizzarle. 

«Nei primi due o tre anni - spiega Antonio Zanesco, ceo di Ars Digitalia - una startup brucia anche 3/400 mila euro annui. Prima di riuscire ad avere con un prodotto remunerativo c'è bisogno di un percorso di sviluppo e progettazione che ha necessità di essere finanziato. Premi da 10 o 15 mila euro aiutano poco, le banche vogliono garanzie impensabili e non concedono i prestiti, e anche quando a livello regionale o nazionale esistono programmi di aiuto la burocrazia uccide tutto». 

La mancanza di liquidità è la seconda delle cause più comuni che decretano la fine di un'azienda innovativa. Se il 42 per cento ha trovato un mercato saturo per la propria idea, secondo uno studio Cb Insight condotto sulle startup fallite, tanti sono i fattori strettamente economici da considerare: il 29 per cento ha terminato la liquidità, il 18 non è stata in grado di creare un giusto equilibrio tra prezzi e costi, l'8 non ha trovato investitori interessati e il 13 ha sbagliato l'ingresso nel mercato: troppo presto potrebbe non trovare domanda, troppo tardi trovarne troppo poca.
Il successo è un gioco anche di strategia ed è per questo che Buzzoole, piattaforma di influencer marketing, ha iniziato a vendere quanto prima: «Il vero punto di svolta è quando capisci che non puoi aspettare il prodotto perfetto per confrontarti con i clienti. I cicli di vendita non aspettano», racconta il Ceo Fabrizio Perrone. Che spiega anche come hanno conquistato la fiducia di Digital Magics, un incubatore di progetti digitali che fornisce servizi di consulenza e accelerazione e che, con una stretta collaborazione tra investitori privati, fondi istituzionali e aziende partner, supporta a livello finanziario e industriale le startup. «Gli abbiamo presentato un prototipo. Il progetto è piaciuto e ci hanno dato 180mila euro. Dopo nemmeno sei mesi eravamo sul mercato».

I finanziamenti privati sono più snelli di quelli pubblici. I venture capitalist potrebbero sembrare la soluzione, ma solitamente non investono su un'idea: puntano su un prodotto in stato avanzato. Che si può ottenere dopo aver investito e lavorato sull'idea. Questo è il gap da superare: manca qualcosa che ti traghetti dalla fase embrionale dell'idea a quella più concreta del progetto.

Il problema di molti fondi regionali o nazionali è che spesso hanno tempi burocratici troppo lunghi, dal momento dell'application a quello dell'erogazione dei soldi. Le regole sono quelle del mercato classico, quello delle vecchie aziende strutturate, ma non adatto alla velocità e alle necessità di una startup. Con il rischio che le misure arrivino in ritardo. Sempre se arrivino.

Il team di Buzzoole ha sperimentato sulla propria pelle il paradosso di una misura regionale di finanziamento alle microimprese dell'amministrazione Caldoro. «Abbiamo fatto richiesta - racconta Perrone - ma ci hanno risposto dopo due anni negando il finanziamento perché non eravamo abbastanza innovativi». Anche Ars Digitalia aveva sperato nel fondo della precedente amministrazione: ha ottenuto una risposta positiva, ma sempre dopo due anni dalla presentazione della domanda. «E a quel punto quei soldi non ci servivano più», racconta Zanesco. 

In altri casi i soldi erano troppo pochi o da anticipare. Come racconta Federica Buonanno, ex Ceo di Tailorbaby, sartoria su misura on line che non ha dovuto chiudere nonostante avesse vinto lo Smart&start di Invitalia, il programma dell'agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa controllata dal ministero dell'Economia che garantisce un mutuo senza interessi per la copertura dei costi d'investimento e di gestione legati all'avvio del progetto. «La somma era di 500 mila euro. Ma i soldi venivano resi su rendicontazione e noi non potevamo anticiparli». 

Come invece ha fatto Gianluigi Franci di Epi-C, spin-off universitario della Seconda Università degli Studi di Napoli all'avanguardia nello studio dell'epigenetica. «Abbiamo partecipato con successo a bandi europei che facevano parte del programma Horizon 2020, concorsi nazionali e siamo stati nell'acceleratore Tech Hub, nato in partnership con la Federico II e la Camera di Commercio per quasi un anno. Abbiamo vinto un premio da 50mila euro, che poi è diventato un rimborso su rendicontazione. Abbiamo anticipato tutto, ma aspettiamo ancora che ci vengano restituiti».

E nel frattempo come hanno fatto ad andare avanti? «Ci siamo autofinanziati - racconta ancora Franci - perché noi vendiamo brevetti e non abbiamo un modello di business che dà introiti ogni mese». Ci si mette poi anche la burocrazia, nemica numero uno delle startup: «Abbiamo perso anche a un bando da 500mila euro finanziato dallo Stato e un gruppo di venture capitalist. Per ottenere i soldi dovevi avere una certificazione antimafia, che abbiamo ottenuto in 7 mesi perché non abbiamo i parametri delle aziende classiche. Ma quale privato aspetterebbe così tanto tempo per finanziare un progetto a cui è interessato? Così abbiamo perso un'occasione, per noi la velocità è tutto». E le banche sono state escluse a priori: «Servono garanzie spropositate per ottenere un prestito e non tutti le hanno. Ma anche avendole, non è detto che si sia disposti a rischiare ogni centesimo».

Sulla questione interviene anche la Regione Campania, che sta per lanciare le nuove iniziative a sostegno delle startup. «Il problema delle garanzie - spiega Valeria Fascione, l'assessore regionale alle Startup, l'innovazione e l'internazionalizzazione - è piuttosto radicato e perciò non ce ne sarà bisogno nei nuovi provvedimenti: i flussi finanziari transiteranno direttamente su un conto vincolato, grazie a un accordo di collaborazione con l'Associazione bancaria italiana. L'imprenditore potrà rendicontare anche fatture non pagate, che saranno validate dagli uffici regionali preposti e pagate dalla banca direttamente al fornitore».

Il nuovo bando per le startup, che verrà lanciato nel prossimo mese, prevede 15 milioni di euro per sostenere, con il 60 per cento del loro valore, progetti di creazione e consolidamento di imprese innovative. Altri 5 milioni saranno in dotazione degli studi di fattibilità, per tutti quegli imprenditori presenti e futuri, che vogliano testare la validità e il potenziale di un loro progetto. Entrambe le misure rientrano nel piano da 78 milioni della giunta regionale rivolto a startup e imprese del territorio.

L'obiettivo è quello di evitare la fuga di cervelli, non solo verso gli Stati Uniti, dove molti innovatori campani e italiani cercano, e trovano, l'Eldorado, ma anche verso le altre regioni d'Italia. iGoOn è un'app per la mobilità sostenibile nata a Napoli nel 2104 ma residente in Basilicata. «Abbiamo dovuto aprire la sede operativa li - spiega Claudio Cimmelli - perché era la clausola per accedere a un fondo di 360mila euro, in parte regionale e in parte privato». Con questi soldi la startup ha potuto avere un ufficio, assumere tre persone e fare investimenti per migliorare il prodotto. 

Tra chi invece è andato oltreoceano c'è Adriano Farano, che da Cava de' Tirreni ha conquistato la Silicon Valley con la sua Watchup, un'app che rivoluziona il concetto di telegiornale aggregando video da diverse emittenti. La sua creazione è stata avviata con 600 dollari, poi con molta perseveranza, come lui stesso racconta, ha raccolto in 3 anni 4,3 milioni e ora è stata acquisita da Plex, un colosso del settore dello streaming. «Ho raccolto i primi 500mila dollari in 100 appuntamenti. I primi 30 sono andati tutti male. Ma io non mollavo». E ammette anche che probabilmente non ce l'avrebbe fatta in Italia. La sua tenacia negli Usa è stata premiata.

In questo scenario sembra impossibile, ma c'è anche chi ce l'ha fatta senza dover mai cercare un finanziatore. È il caso di Megaride, spin-off accademico del dipartimento di ingegneria industriale della Federico II, che si occupa di smart mobility, guida autonoma e sicurezza stradale. Questa realtà è nata proprio per poter vendere progetti e tesi di laurea dell'università a chi spingeva per averli. Ferrari, Ducati e Bridgestone sono solo alcuni dei clienti con cui hanno lavorato, in perfetta simbiosi con l'ambiente accademico: «Attiriamo tesisti e ricercatori, teniamo i cervelli. E se un'azienda chiede Megaride, chiede ricerca e sviluppo che si fa all'università», racconta il ceo Flavio Farroni.
Fatti tutti i conti in tasca il problema però è anche culturale: «Si parla tanto di innovazione ma le industrie non investono nelle startup, al massimo le comprano. E se il progetto è grande c'è molta diffidenza. Perché dovrebbero rivolgersi a te che sei piccino?», racconta Gennaro Russo di Trans-Tech, azienda per soluzioni di ingegneria. 
«La diffidenza nei nostri confronti è tanta - sottolinea Cimmelli di iGoOn - anche perché manca l'informazione su cosa è e cosa fa un'azienda innovativa». E come conclude Franci di Epi-C: «Non abbiamo bisogno solo di un modello di business più snello e veloce, più americano. Serve un cambio di mentalità. Generale». 
Lunedì 3 Aprile 2017, 15:17 - Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 18:15
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