Il boss al figlio di 5 anni: «Prendi
la pistola e spara ai carabinieri»

Martedì 19 Febbraio 2019 di Mary Liguori
La camorra si tramanda di padre in figlio. E più tenera è l’età dell’apprendista, più possibilità di farne, un domani, un criminale, è concreta. Sembra saperlo bene uno degli indagati dell’operazione The Last che ha portato a cinquanta arresti per camorra nel Veneto. La polizia lo intercetta mentre impartisce lezioni di crimine al figlio di cinque anni. I carabinieri eseguono una perquisizione in casa di Antonio Puoti e il piccolo si spaventa. La mamma lo racconta al papà e Puoti parte con l’ammaestramento. «Sono venuti i cornuti, figli di p.... giù e ti metti paura?». «Sì», risponde il bimbo. «Tu adesso scendi giù a babbo, hai capito? Se no babbo si incazza! Tu lo sai dov’è la pistola, prendi la pistola e spara ai carabinieri e dici che è stato babbo. Sono loro che devono avere paura di te, non tu di loro, se loro ti danno fastidio - spiega - babbo ti fa vedere di cosa sono in grado le sue azioni... Io nella mia vita ho sempre fatto il ladro e il mafioso». «Loro - conclude riferendosi ai carabinieri - contano quanto il re alla briscola: niente».
 
È solo uno dei profili degli indagati che il gip definisce «sconcertanti». Tra i campani che dettano legge nel nord est quella di Puoti, originario di Aversa, è una figura associata al narcotraffico. Ogni indagato ha un ruolo preciso nel gruppo. C’è chi si occupa di usura e truffe assicurative, come Antonio Pacifico e Francesco Verde, originario di Sant’Antimo ma residente ad Eraclea. E c’è chi da anni veniva riconosciuto come leader. Come Donadio. 

È in questo ampio raggio dei Casalesi nel Nord est che il pm tratteggi lo scenario in cui è collocato il primo sindaco veneto arrestato per camorra, Mirco Mestre da Eraclea. Fa parte, secondo la Dda, di quella schiera di avvocati a disposizione del clan. In cambio avrebbe ottenuto alcune centinaia di voti alle Comunali del 2016, dirottati da Buonanno e Donadio e determinanti per battere «i comunisti». Lo dice Luciano Donadio, il capo, per ora presunto, dei Casalesi veneti, vantandosi di aver fatto eleggere Mestre. «Comunque quando Mirco ha vinto ha detto: “Hai visto tu i voti dei terroni?”». Secondo il ras, senza i «suoi» voti Mestre non sarebbe riuscito a vincere contro il sindaco uscente, candidato del centrosinistra. 

In cambio dei voti, è nelle intercettazioni, il primo cittadino avrebbe promesso al casalese Donadio e ai suoi soci in affari, Paolo Valeri e Armando Berasi, l’appoggio amministrativo per la realizzazione a Eraclea di un impianto di biogas che con gli stessi imprenditori veneziani aveva già realizzato in Friuli Venezia Giulia allo scopo di frodare le banche e che lo avevano finanziato, e l’erario. Ma non è tutto. I Casalesi, quasi magnanimi, in cambio degli ottanta voti che hanno fatto la differenza sul candidato arrivato secondo e sono serviti a Mestre per conquistare la fascia tricolore avrebbero promesso la fornitura di acqua calda sanitaria e riscaldamento nelle scuole del paese a titolo gratuito. Pur di farsi approvare il progetto. E Mestre, a leggere gli atti, avrebbe risposto: «Adesso vediamo un attimo, se la cosa... eh... te la facciamo passare». Con il sindaco è indagato, a piede libero, il suo vice e predecessore, Graziano Teso. Ma è Mestre che, pur di diventare sindaco, non si sarebbe fatto scrupolo alcuno, fino a intervenire per far assegnare case popolar agli affiliati. Tra i «beneficiari» c’è anche Puoti, quello che «ammaestra» il figlio alla malavita. Il rapporto inizialmente professionale tra il sindaco Mestre e i Casalesi sarebbe degenerato trasformandosi dunque da mera consulenza legale a patto criminale. Come hanno fatto, insomma, decine di sindaci dell’Agro-aversano. Mestre s’affida ai camorristi per farsi eleggere e consegna se stesso e l’intero paese nelle mani dei Casalesi. 
 Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 14:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA