Camorra, si pente il super killer arrestato dieci giorni fa: trema il clan

Mercoledì 22 Gennaio 2020 di Dario Sautto
Ha deciso di collaborare con la giustizia. A 39 anni, con un ergastolo che incombe, ha scelto di lasciare la strada della camorra e intraprendere quella del pentimento. Da alcuni giorni, Pasquale Rapicano ha avviato il suo percorso di collaborazione con la Dda di Napoli. Detenuto a Secondigliano da una decina di giorni, Rapicano è stato già ascoltato dagli inquirenti che cercano conferme alle sue prime dichiarazioni. Pasquale Rapicano è stato condannato in appello al carcere a vita per l'omicidio di Pietro Scelzo, era a piede libero fino allo scorsa settimana, quando è stato arrestato in strada dai carabinieri in possesso di una pistola carica, con una seconda arma pronta a sparare custodita in cantina.

LEGGI ANCHE Omicidio Scelzo, sentenza ribaltata: scatta l'ergastolo per il killer

Nonostante la condanna all'ergastolo fosse arrivata a fine novembre, per lui non era ancora arrivato l'ordine di carcerazione e per un mese e mezzo è rimasto al centro antico di Castellammare di Stabia, una delle roccaforti dei gruppi legati al clan D'Alessandro. Da alcuni giorni, da quando è arrivata la convalida dell'arresto in flagranza per armi, Rapicano ha chiesto di parlare con gli inquirenti e ha cominciato a raccontare uno spaccato preciso della camorra stabiese che lo ha visto triste protagonista, in uno dei capitoli della storia di Castellammare forse più bui. Lui, killer spietato al soldo del clan D'Alessandro, è stato detenuto dal 2007 al 2011, quando arrivò la clamorosa assoluzione in secondo grado proprio per l'omicidio Scelzo, annullata dalla Cassazione e cancellata dalla Corte d'Appello di Napoli dopo il secondo processo, grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra i quali spicca il nome di Renato Cavaliere. Anche lui killer pentito, uccise tra gli altri il consigliere comunale Gino Tommasino. La scorsa notte, i carabinieri hanno fatto irruzione al centro antico, a casa di Rapicano. Stavolta non c'erano perquisizioni o arresti da fare: andavano prelevati i familiari che hanno deciso di scegliere il programma di protezione, per accompagnarli in una località protetta. Non tutti i parenti di Rapicano hanno accolto «bene» la sua decisione di collaborare con la giustizia. Alcuni si sono dissociati dalla sua scelta e hanno deciso di rimanere a Castellammare, al centro antico. I suoi familiari più stretti sono già entrati nel programma di protezione. Nel frattempo, Rapicano ha cominciato a raccontare una prima parte delle sue verità. Come prevede la prassi, si sta autoaccusando di reati commessi per conto suo e del clan D'Alessandro, al quale è stato affiliato per oltre vent'anni, da quando era poco più che un adolescente. A parte la parentesi di 4 anni e mezzo di detenzione, Rapicano è stato quasi sempre a piede libero, sempre ai vertici del clan e sempre «in pace» con i capi, che lo consideravano uno dei più affidabili, tanto da commissionargli più di un omicidio. Quello che avrebbe commesso con certezza, secondo l'Antimafia, è proprio quello di Pietro Scelzo, «'o nasone» che era passato con gli scissionisti degli Omobono-Scarpa e aveva fatto la guerra proprio ai D'Alessandro.

LEGGI ANCHE «Attacchini di camorra per il voto a Castellammare»

La sua collaborazione potrebbe essere decisiva per la risoluzione di alcuni «cold case» rimasti irrisolti per anni. Almeno una decina sono gli omicidi degli ultimi due decenni che non hanno un colpevole o che sono stati ricostruiti a metà. Manca il mandante dell'uccisione, appunto, del consigliere comunale del Pd Tommasino. E sono tuttora inspiegabili alcune scomparse che somigliano molto a casi di «lupara bianca», come quello ipotizzato per Raffaele Carolei, pregiudicato del rione Moscarella scomparso ormai dal 2012 e condannato in via definitiva a 17 anni di carcere. E ancora il racket, in gran parte ricostruito, lo spaccio di droga. Tutte vicende sulle quali Rapicano potrebbe fornire dettagli utili agli inquirenti.  © RIPRODUZIONE RISERVATA