Ottocento giorni in cella: imprenditore assolto, scatta maxi-risarcimento

Domenica 18 Ottobre 2020 di Leandro Del Gaudio

Ottocento giorni in carcere da innocente. Due anni e qualche mese come responsabile di un omicidio non commesso, inquadrato in un contesto criminale sulla scorta di rapporti di parentela, di intercettazioni interpretate a senso unico (ed evidentemente in modo errato), di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che non hanno resistito alle prove processuali. Vicenda da incubo per un imprenditore vesuviano, finito in cella come presunto assassino, condannato in primo grado a trent’anni di reclusione, per poi essere assolto in Corte di Assise d’appello: cadute le accuse nel corso del processo di secondo grado, l’imprenditore ha ottenuto anche un risarcimento per ingiusta detenzione. È stata la ottava sezione di Corte di appello del Tribunale di Napoli, presidente Maurizio Stanziola (a latere D’Andrea e Di Marco), a disporre il pagamento di 188.656 per il periodo di tempo trascorso in cella, per il contraccolpo psicologico subito da arresti non dovuti, per i danni inevitabili sotto il profilo privato e professionale. 

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Ma proviamo a ricostruire una vicenda che ruota attorno ad un errore giudiziario. Si parte dall’omicidio di Luigi Borzacchiello, consumato ad Afragola il 9 dicembre del 2006, un delitto premeditato e aggravato dal fine camorristico. Storie di bande criminali che si contendono il territorio, in uno scenario che appare subito chiaro agli inquirenti, forti di intercettazioni ambientali e - nel corso del tempo - anche dal racconto dei pentiti. Sei anni dopo, siamo nel 2012, scattano le manette per i presunti concorrenti, che cingono anche i polsi di un imprenditore che vive in un comune vesuviano. Ha legami di parentela con alcuni soggetti ritenuti coinvolti con il delitto, finisce al centro delle indagini sulla scorta di due potenziali fonti di prova: le parole del collaboratore di giustizia Pasquale Di Fiore, che inquadra il delitto, mette a fuoco lo scenario nel quale si consuma; e una intercettazione ambientale, che consente di ricostruire il dialogo a più voci tra i presunti responsabili dell’agguato.

Parole che si sovrappongono tra gli uomini che stanno organizzando la spedizione di morte, che decidono chi e in che modo dovrà premere il grilletto, come dovrà avvenire l’appostamento e la fuga. Parole che vengono analizzate dal giudice per le indagini preliminari che non ha alcun dubbio, nell’accogliere la richiesta di arresto dei pm: anno 2012, tra i nomi che finiscono in cella c’è anche un parente dei principali indiziati del delitto. È ritenuto un concorrente. Si va in aula, rito abbreviato, nessun dubbio su quelle voci intercettate: arrivano le condanne per i presunti killer, ma anche per un imprenditore che - come si dimostrerà in seguito - non aveva alcuna responsabilità in questa storia. La verità sembra granitica: secondo il perito nominato dall’autorità giudiziaria, in quella casa, tra i concorrenti dell’omicidio c’è anche l’imprenditore. Poi si aggiungono le dichiarazioni dei pentiti che, oltre a confessare le proprie responsabilità, confermano la presenza tra gli organizzatori anche dell’uomo che poi risulterà innocente.

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Primo grado, arriva la condanna a trent’anni di reclusione, con tanto di risarcimento alla Provincia per i danni all’immagine arrecati dall’episodio criminale. Caso chiuso? Niente affatto. Si va in appello, si apre il confronto su atti e elementi di prova. A questo punto diventa decisivo il lavoro della penalista Marianna Febbraio, che riesce a scardinare la prova centrale, quella perizia fonica decisiva nella condanna di primo grado, oltre a mettere in risalto le contraddizioni dei pentiti. E il processo si riapre. Da una nuova valutazione dell’ambientale agli atti, emerge la confusione delle voci e la impossibilità di ricondurre anche solo una frase intercettata all’imprenditore condannato per omicidio. Cade il castello accusatorio, mentre le dichiarazioni di accusa dei pentiti si annullano in modo vicendevole. Cambia il quadro, si arriva all’assoluzione che diventa definitiva. Fine dell’incubo, con gli stessi giudici che - in motivazione - diradano ogni dubbio sulla condotta dell’imputato scagionato. 

Ma inizia una nuova partita, con la richiesta di risarcimento del danno per ingiusta detenzione. Anche in questo processo, l’avvocato Febbraio sgombera il campo da possibili suggestioni: non c’è nulla della condotta del suo assistito che possa essere considerato come ambiguo o rischioso, al punto tale da motivare gli arresti. Ma proviamo a seguire il ragionamento della ottava sezione penale: «Riguardo alla questione del rapporto di parentela (che legava l’istante ad alcuni dei collaboratori di giustizia chiamati in correità), da cui è sostanzialmente scaturita la sottoposizione alla misura cautelare, va osservato che, secondo il principio affermato dalla Suprema Corte, in tema di riparazione per ingiusta detenzione, le frequentazioni ambigue, ossia, quelle che si prestano oggettivamente ad essere interpretate come indizi di complicità, possono dare luogo ad un comportamento gravemente colposo, idoneo ad escludere la riparazione stessa, quando non siano giustificate da rapporti di parentela, come appunto nel caso de quo, dove l’eventuale colposo comportamento è escluso, proprio dalla esistenza dei rapporti di parentela tra gli imputati e l’imputato». Caso chiuso, ticket da 188mila euro in un distretto giudiziario spesso segnalato per casi di ingiusta detenzione. 

Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 07:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA