Covid in Campania, case di cura pagate senza dare prestazioni: blitz della Finanza

Mercoledì 1 Luglio 2020 di Ettore Mautone

Case di cura, lockdown e accordo con la Regione per l’assistenza ai malati Covid: dopo lo stop all’intesa, fatta scattare dalla Corte dei conti, la Guardia di Finanza, nelle settimane scorse, su mandato degli inquirenti della magistratura contabile, ha acquisito atti e documenti negli uffici delle Asl intimando il pagamento solo delle prestazioni effettivamente erogate ma non di quelle invece riconosciute dall’accordo. Ossia il 95%, in dodicesimi, di tre mensilità (marzo, aprile e maggio) quando è scattato il blocco dei ricoveri fino alla riapertura delle attività ordinarie a inizio giugno. Le Asl stanno pertanto provvedendo, con formule più o meno restrittive, al recupero di quanto già remunerato e al conguaglio dei pagamenti limitati solo alle poche prestazioni effettivamente rese all’utenza negli ultimi tre mesi. 

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La questione è spinosa e ingarbugliata sul piano tecnico amministrativo. La premessa è che a marzo, quando infuriava l’epidemia Covid, la Regione Campania, come il resto d’Italia, ha provveduto a tirare il freno ad ogni attività ospedaliera pubblica e privata accreditata non urgente, salvaguardando solo le prestazioni di pronto soccorso, quelle oncologiche e ginecologiche. In questo scenario, le strutture accreditate con il Servizio sanitario nazionale se prive di un pronto soccorso (solo due ne hanno uno autorizzato) avevano di fronte due possibilità: chiudere e ricorrere alla cassa integrazione a carico dello Stato per il sostegno al reddito del personale ovvero restare aperti per partecipare alle attività di cura per il Covid laddove necessario. La scelta della Regione, di fronte alla prospettiva di un rapido esaurimento dei posti letto per l’assistenza ai pazienti ammalati di Sars-CoV 2, attuata poco prima del picco dei contagi avvenuto in Campania agli inizi di aprile, fu di siglare un accordo (il 28 marzo) che da un lato prevedeva il riconoscimento (in dodicesimi, per ciascun mese e fino al perdurare del blocco dei ricoveri) del 95% del budget ordinario previsto dal contratto annuo e dall’altro arruolava le Case di cura a funzioni di assistenza per i malati Covid riconoscendo un extrabudget. Tariffe in questo caso oscillanti da 700 a 1200 euro al giorno per ogni posto letto occupato a seconda dell’intensità di cura (subintensiva o rianimazione). Tariffe superiori a quelle applicate in altre Regioni, come in Emilia Romagna (1100 per la Rianimazione). Sugli acconti riconosciuti a fronte del blocco dei ricoveri ordinari, ogni governo locale si è poi regolato a modo suo.  

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Le percentuali riconosciute nelle altre regioni italiane oscillano dall’80 al 90%, soglia massima, quest’ultima, successivamente indicata dal Decreto Rilancio n. 34 del 19 maggio 2020, che attua quanto annunciato dal Cura Italia (decreto n. 18 del 17 marzo scorso) l’unico vigente all’atto della stipula dell’accordo tra Aiop e Regione Campania. Il Decreto Rilancio all’articolo 4 comma 4 indica le regole relative al pagamento delle prestazioni per i malati Covid e al successivo comma 5 stabilisce appunto il tetto del 90% del budget, in dodicesimi, che le Regioni possono riconoscere alle strutture accreditate a prescindere da quanto reso a causa dell’emergenza. In soldoni l’errore da correggere per la Campania sarebbe dunque il 5% in più riconosciuto alle Case di cura. Ma gli uffici della Regione hanno commesso anche un errore: l’accordo non è stato mai tradotto in una delibera che richiami le previsioni di legge.
 


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A complicare le cose sono i differenti strumenti amministrativi utilizzati per regolare i pagamenti delle diverse categorie degli accreditati nel periodo del lockdown: per l’area della Riabilitazione la Direzione generale per la tutela della Salute ha scelto la strada del decreto dirigenziale (il numero 83) che, per i centri che non hanno fatto ricorso alla cassa integrazione riconosce il 60% del budget e il restante 40% in proporzione a quanto erogato. Per la specialistica ambulatoriale si è ricorso allo strumento della delibera di Giunta, la 222, con la quale è riconosciuto il 90% per i 3 mesi a fondo perduto a fronte di un conguaglio, con quanto erogato nei primi 9 mesi, da stilare alla fine del prossimo settembre. A mancare è un provvedimento quadro che applichi in maniera puntuale le norme nel frattempo emanate dal governo nazionale il cui mancato richiamo ha spinto la magistratura contabile a porre i suoi paletti. In questo scenario a complicare le cose sono infine le interpretazioni non omogenee, tra una Asl e l’altra, dei recuperi in corso: mentre le strutture, messe in ginocchio e impossibilitate a pagare il personale sono pronte a dichiarare fallimento.
 

Ultimo aggiornamento: 2 Luglio, 12:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA