Coronavirus, tutti contro i nuovi presìdi: dopo Nola il no di Frattamaggiore

Giovedì 29 Ottobre 2020 di Ilenia De Rosa e Giuseppe Maiello

La proposta di destinare l’intero ospedale San Giovanni di Dio ai pazienti affetti da Covid non piace ai sindaci del Frattese. Il direttore generale Antonio d’Amore aveva ventilato l’ipotesi nel corso di un’intervista radiofonica, in cui annunciava che i 130 posti letto sarebbero potuti diventare 60, per assicurare distanze e parametri tra pazienti. Numeri non altissimi ma preziosi in un momento di sofferenza mai vista per la rete assistenziale della provincia e non solo, considerato il contagio in costante aumento. Mentre negli ospedali di Pozzuoli e Giugliano sono già stati ridotti i posti letto per fare spazio ai degenti Covid, il nosocomio frattese dovrebbe però accogliere esclusivamente i pazienti Coronavirus, comportando la dismissione temporanea di alcuni reparti. Ma la proposta ha immediatamente trovato ostacoli. In prima linea tutti i primi cittadini dell’area, preoccupati da un possibile squilibrio nell’assistenza. E così anche su questa ipotesi, come su quella che, nell’ambito del territorio dell’Asl 3 Sud, riguarda l’ospedale di Nola, i tempi hanno subìto una brusca frenata. Fermi tutti, non nel mio giardino: la sindrome di Nimby, che già aveva contagiato l’intera provincia di Napoli durante le terribili crisi dell’emergenza rifiuti, si è puntualmente ripresentata in questa emergenza. 

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Eppure i numeri parlano chiaro: nello stesso ospedale Santa Maria della Pietà di Nola, che gli amministratori del Nolano giudicano «intoccabile» nel timore - comprensibile - di privare un bacino di 500mila utenti della sicurezza di un Pronto soccorso «generalista» - c’erano ieri sera 26 malati Covid, su una capienza di 12 posti. Malati sistemati nei corridoi, sulle barelle: alcuni di loro, secondo i medici, avrebbero bisogno di essere ricoverati in reparti di terapia sub intensiva. Che non hanno posto, nè a Nola né altrove. È la stessa drammatica situazione che si ripete in altri ospedali, come il San Leonardo di Castellammare, dove anche ieri si è vissuta una giornata drammatica. 

È davvero una guerra tra poveri, come dimostra l’iniziativa decisa per questa mattina dai cittadini di Vico Equense, sostenuti dalla amministrazione comunale che nei giorni scorsi ha approvato una delibera contro la chiusura del pronto soccorso del «De Luca-Rossano». L’assise civica ha votato il documento all’unanimità e ora è determinata a impugnare davanti al Tar il provvedimento di chiusura, adottato dall’Asl 3 Sud la settimana scorsa per destinare il personale, medici e infermieri abituati ad affrontare le emergenze, al Covid Center di Boscotrecase. La chiusura del pronto soccorso dell’ospedale di Vico Equense comporta la necessità per i residenti di spostarsi al Santa Maria della Misericordia di Sorrento per le emergenze. Da una settimana il pronto soccorso del nosocomio vicano accoglie solo casi di pediatria e ostetricia. Ma la popolazione non accetta questa decisione e ha deciso di scendere in piazza, con un corteo che si concentrerà sul ponte di Seiano. «L’ospedale è deserto, domani potrebbe capitare a noi o a un nostro caro il bisogno di correre in un pronto soccorso e non fare in tempo a giungere a Sorrento che è ormai paralizzato. C’è un disegno politico bastardo e cieco che ci lascia completamente da soli». Questo il messaggio che ieri ha circolato tra medici, politici, cittadini. Inutili fino a questo momento le denunce dei sindaci della penisola sorrentina. 

 

Stesse proteste, come accennato, nel territorio dell’Asl 2 Nord. La proposta del manager D’Amore discussa in maniera ufficiosa con i sindaci di Frattamaggiore (Marco Del Prete), Frattaminore (Giuseppe Bencivenga), Casoria (Raffaele Bene), Cardito (Giuseppe Cirillo), Afragola (Claudio Grillo), Grumo Nevano (vicesindaco Giuseppe Landolfo), Casandrino (vice Luca Morelli), Crispano (assessore Marina Cennamo) e Sant’Antimo (commissari prefettizi Maura Nicolina Perrotta e Salvatore Carli) è stata accolta nel gelo. La prima domanda posta a D’Amore è stata quella del destino dei pazienti che si recano al pronto soccorso per traumi o altre patologie. E poi: se è possibile organizzare il servizio del 118, che conosce preventivamente disponibilità e quindi trasporta i pazienti nei presidi ospedalieri laddove ci sono posti letto, come ci si comporterà in presenza di soccorsi che arrivano accompagnati con mezzi dai propri familiari, visto che per alcune patologie, per esempio l’infarto, i minuti sono importanti per salvare una vita umana? 

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Perplessità espresse anche dai sindacati che hanno proclamato lo stato di agitazione dopo che l’incontro da loro richiesto con i vertici aziendali è stato fissato dall’Asl per il 4 novembre. Cgil, Cisl, Uil, Fials e Nursing up della Rsu aziendali chiedono la riorganizzazione dell’assistenza territoriale nonché assunzioni. Per l’assistenza Covid è previsto per esempio il rapporto di un operatore ogni due degenti, con 60 posti letto, e l’assistenza spalmata su tre turni, con il personale, carente, sarebbe in grossa difficoltà. Il direttore generale ha replicato spiegando che i sindacati hanno un loro rappresentante nell’unita di crisi, che è direttamente e costantemente informato, e che «per l’Azienda resta prioritaria la salute del personale, sanitario e non» e che «in questo momento di emergenza si richiede dialogo e collaborazione». 

In questo scenario, che non esitano a definire «di guerra», i segretari di Cgil, Cisl e Uil Funzione Pubblica per l’area metropolitana, Alfredo Garzi, Leonardo Medici e Vincenzo Martone, si rivolgono al prefetto per chiedere un incontro urgente: «L’attuale situazione - scrivono - potrebbe determinare il collasso dell’assistenza», con «conseguenze drammatiche sulla salute dei cittadini» e alimentare proteste «con possibili ricadute sulla tenuta dell’ordine pubblico». 

Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 09:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA