«Napoli, aggressioni e turni massacranti; noi guerrieri del 118 ci arrendiamo»

Sabato 18 Settembre 2021 di Ettore Mautone
«Napoli, aggressioni e turni massacranti; noi guerrieri del 118 ci arrendiamo»

Domani sarà l’ultimo giorno, l’ultima domenica per Alessandra Tedesco: dopo 19 anni di 118 dice addio all’ambulanza per la medicina generale. Da medico convenzionato nonostante l’alta qualificazione raggiunta non potrebbe nemmeno partecipare ai concorsi per la medicina di urgenza nei pronto soccorso dove mancano gli specialisti. Come lei altri 11 medici hanno fatto la stessa scelta che si aggiungono ad altri 3 dimessi a marzo scorso, altri due a luglio. Poi i pensionati, i trasferiti per motivi di salute, quelli che andranno via a ottobre e novembre. In totale da marzo il 118 a Napoli ha perso 27 medici formati ed altamente specializzati.

Lo stillicidio è diventato emorragia. Il responsabile di centrale Giuseppe Galano, nell’ultimo allarme lanciato alla Asl due giorni fa avverte delle gravi conseguenze di queste defezioni: la progressiva demedicalizzazione dei mezzi di soccorso, l’impossibilità di fare diagnosi e filtro sul posto del soccorso la necessità di trasportare tutti i pazienti in ospedale. La sospensione del mezzo a Piazza Nazionale, la demedicalizzazione a via Chiatamone e alla Ferrovia, la prospettiva di ulteriori tagli. Medici per questo lavoro non se ne trovano più: bassi salari, turni impossibili, aggressioni, poche prospettive di carriera tengono lontani i giovani. 

«Vado via a malincuore - spiega Tedesco - ho iniziato nel 2003 agli albori del 118 a Napoli. Ero a Ponticelli. Non ci conosceva nessuno e le chiamate erano poche. Nel 2004 ero all’Aeroporto. Erano i tempi della faida. Soccorrevo 3 o 4 persone sparate alla volta. Un battesimo del fuoco che non dimenticherò mai. Eravamo carichi di entusiasmo, quello che mi ha spinto ad andare avanti e passare sopra feste negate, giorni privati alla famiglia, Pasqua e Capodanno passati sull’ambulanza. Perché lascio? Due anni di Covid sono stati il colpo di grazia e non ne siamo ancora fuori. All’inizio eravamo i soli ad andare a casa delle persone. Dopo tutto quello che abbiamo passato vedersi recapitare la richiesta di restituzione di 100 mila euro di indennità e tagliato lo stipendio di 900 euro con alla fine un aumento effettivo rispetto al maltolto di 1,84 euro all’ora fa rabbia. Ho la possibilità di aprire uno studio da medico di famiglia e l’ho colto al volo. Il ricordo più bello? Essere riuscita a rianimare dopo 51 minuti di massaggio cardiaco un motociclista a Capodichino. Era nel luglio di 9 anni fa. Un uomo giovane di 48-50 anni. Se è vivo lo deve a me».

Per Rossella di Leva, 42 anni, 10 spesi nel 118, una specializzazione in anestesia, il lavoro era diventato troppo usurante: «Siamo pochi, le richieste di restituzioni degli indennizzi orari da parte della Corte dei conti gradino ancora vendetta. Ho l’occasione e lascio. Sono sempre stata interessata alla medicina generale, porterò le mie competenze. Dopo questa esperienza nel 118 a Napoli potrei anche andare a Kabul. Magari farà il concorso in un pronto soccorso. Mi piace stare a contatto con la gente. I pronto soccorso sono già pieni di gente che non ci dovrebbe stare, gli avvocati speculano e i medici arretrano sulla medicina difensiva con tanti esami inutili. Se viene a mancare il 118 si pregiudica tutta la catena dei soccorsi. Vado via ma questo resta il lavoro più bello del mondo».

Anche per Giuseppe De Stefano il 14 notte è stato l’ultimo turno. «Non avrei mai lasciato - avverte - il mio mondo è questo. Ma non si è mai realizzato il passaggio alla dipendenza. Ho girato tutti gli ospedali di Napoli. Il treno passa una sola volta. Vado a fare un altro tipo di medicina. A 56 anni è una scelta di vita. Se in Campania avessero fatto ruotare i colleghi in Obi, in medicina di urgenza e in ambulanza sarebbe stato un altro discorso. Lascio a malincuore. Ho combattuto fino alla fine. Emotivamente è molto dura. Chi ha una specializzazione se ne va subito». Paolo Muto invoca motivi di salute: «Anni bellissimi, me ne vado solo perché a 52 anni non ce le faccio più. Ho dato il meglio. A me piaceva fare il medico a 360 gradi ma la gente non lo capisce ed è frustrante. Le soddisfazioni ci sono: negli ultimi mesi ho strappato alla morte un bambino di 4 anni annegato a mese questa estate, un signore in villa comunale in arresto cardiaco». 

 

Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 09:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA