Centro storico di Napoli, tre ristoranti su dieci non riaprono: «Non c'è nulla da festeggiare»

Giovedì 21 Maggio 2020 di Antonio Menna

Non c’è aria di festa nel centro storico di Napoli. La riapertura dei ristoranti, dopo due mesi di lockdown, qui è grigia come la pioggia di maggio: musi lunghi, volti tirati e metro alla mano per tirare la distanza tra i tavoli. E il conto è presto fatto. Non c’è spazio, e del resto non ci sono nemmeno più i turisti, che per questa rete di trattorie tipiche valeva almeno il 70% del fatturato. In tanti – almeno 3 su 10, secondo le stime delle associazioni di categorie – sono orientati a non aprire. Non lo avrebbero fatto lunedì, giorno dell’avvio della fase due per tutta Italia, non lo fanno oggi in questa data speciale tutta campana.

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«Io prendo un’altra settimana – conferma Rosario Coppa, titolare dell’Antica trattoria Capri di via Speranzella, nei Quartieri Spagnoli -, apro venerdì 29, probabilmente. Abbiamo bisogno di tempo per capire bene come ci deve organizzare. Ho un locale piccolo, ho sempre scelto di tenere i prezzi bassi e la qualità molto alta, con prodotti tipici e locali. Per fare questo non mi sono mai ingrandito. Avevo dieci tavoli per 35 coperti. Mi bastavano. Ora, con le nuove distanze, devo scendere a cinque tavoli e non faccio 17 coperti. È difficile così». «Io ho già deciso che non riapro la locanda – dice Rino Artigiano, che gestisce un piccolo e molto amato ristorantino, la Locanda ‘Ntretella, sulla salita di Sant’Anna di Palazzo, il vicolo stretto dei Quartieri caro a Eleonora Pimentel Fonseca -. Non posso proprio mantenere la distanza tra i tavoli. È un locale caldo, piccolo, caratteristico, amato proprio per questo. Si stava vicini. Posso mettere un paio di tavoli fuori ma il vicolo è stretto di suo». Poco distante dalla locanda, dietro via Speranzella, sempre col marchio ‘Ntretella, Artigiano ha aperto tre anni fa una grande pizzeria, in un enorme locale di 250 mq, sotto un palazzo storico. «Oggi mi torna utile – dice – per cui chiudo la locanda e porto tutto qui, facciamo sia ristorante sia pizzeria. Ma non mi aspetto grandi numeri, sinceramente. Dobbiamo puntare solo sui napoletani ma avranno la forza economica di andare a mangiare fuori? L’ho visto già con la pizza da asporto: i primi giorni il boom ma adesso si lavora un poco solo il sabato». 

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Il grande cruccio, nei vicoli del centro storico – soprattutto quelli a ridosso di via Toledo, e poi lungo i due decumani – è l’improvviso prosciugamento del fiume di turisti che, attratti dalla tradizione, dalla storia, dal cibo tipico e dai prezzi popolari, riempivano osterie e trattorie a ogni ora. «Il settore si era gonfiato oltre misura – dice Rino Artigiano -. Fino a tre anni fa eravamo circa 1400 gli operatori del settore a Napoli. Oggi siamo quattro volte tanto. Chiunque ha messo tre tavoli e ha cominciato a fare da mangiare. Ovviamente senza andare troppo per il sottile. Ce n’era per tutti. Ora la coperta è troppo corta. Tanti locali e poco mercato. Ci sarà da soffrire, bisogna stringere i denti e vedere come va. Io penso che ci aspetti un lungo periodo difficile, in cui dovremo soprattutto resistere». «Nel giro di cento metri dal mio ristorante – conferma Peppe Di Criscio, trattoria in via Benedetto Croce – conto almeno altri quindici locali che fanno food a vario titolo, dal cibo di strada, dal bar, alla pizzeria, ai fritti nel cuoppo, eccetera. Finché ci stava il fiume di gente a tutte le ore, si faceva un poco ciascuno. Ma adesso i vicoli sono deserti, nemmeno i napoletani li affollano. E noi dobbiamo dimezzare i tavoli. Come si sopravvive così? Aperti o chiusi è la stessa cosa. Anzi, meglio chiusi, almeno si riducono i costi, e aspettiamo tempi migliori». «Io per fortuna lavoro molto anche con i napoletani – dice con più tranquillità Rosario, della trattoria Capri -, chiaramente con i turisti in giro io riuscivo a fare anche quattro turni pieni al giorno. Da ora, se ne farò uno è assai. Ma dobbiamo lavorare, stare due mesi a casa è stata una sofferenza troppo grande». 
 

 

In ognuna di queste trattorie, il vero cruccio è il personale. Cinque, sei persone tra cucina e servizio: non sono grandi aziende. Ma chi rimane chiuso li lascia tutti a casa, e chi apre ne riprende a malapena la metà. «Siamo una famiglia – dice Coppa -, con me lavora mio figlio, mia moglie e tre dipendenti. Se le cose vanno bene tornano, altrimenti come si fa?». E poi c’è la filiera: le trattorie comprano pesce, verdure, frutta, prodotti dalle botteghe del posto. La crisi si scarica a catena su tutti quelli che, dal cibo di strada al piccolo caseificio, alle pulizie nei B&b, ruotava per intero su questo giro di affari. «Io mi auguro – dice ancora Rosario, della trattoria Capri – che ci sia comprensione da parte di tutti. Io sento molta esasperazione in giro: se cominciano ad arrivare le forze dell’ordine per misurare le distanze e fanno multe sui centimetri in più o in meno, penso che qualche ristoratore già in crisi potrà avere una crisi di nervi. La tensione è alta, cerchiamo di gestire la situazione con equilibrio».
 

Dai Quartieri Spagnoli, in particolare, la proposta all’indirizzo del Comune è già pronta. C’è bisogno di spazio, di più spazio. I locali sono piccoli, i tavoli sono pochi, bisogna concedere strada e aria aperta. Sul lungomare è facile, qui più complicato. Ma i vicoli ci sono, di giorno brulicano per residenti e commercio. Ma dalle diciotto possono diventare tante isole pedonali. «Speriamo in questo – dice il titolare della trattoria Capri -, ci servono spazi aperti. Le strade davanti ai ristoranti ci servono. Nessuno vuole togliere le auto di giorno ma verso sera un po’ di isole pedonali, ben arredate, illuminate, che possano darci tavoli all’aperto e invogliare gente a uscire sono fondamentali». In fondo è il vecchio sogno della Montmartre napoletana, tante volte immaginata. Approfittare della crisi, spalancare i portoni, popolare le vie, in attesa di rivedere la processione dei trolley dei turisti che è il vero suono mancante su queste pietre improvvisamente troppo silenziose e vuote. 

Ultimo aggiornamento: 10:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA